di Roberto Lanciotti
Prima di iniziare la lettura, abbiamo inserito un lettore musicale con il celebre tema di Mission Impossible rivisto da Michele Novarina.
Naturalmente l’ascolto è del tutto facoltativo, ma chi deciderà di accompagnare la lettura con questa colonna sonora scoprirà presto quanto sia pertinente al contenuto dell’articolo. Molte delle attività raccontate nelle prossime righe assomigliano infatti a vere e proprie missioni impossibili: recuperare floppy disk dimenticati da decenni, leggere supporti che il tempo sembrava aver reso inutilizzabili, riportare alla luce programmi sconosciuti, restaurare computer storici e preservare hardware e software che rischiavano di andare perduti per sempre.
Nel mondo della preservazione informatica e del retro-computing ogni recupero è una piccola sfida: componenti introvabili, supporti danneggiati, documentazione incompleta e materiali che spesso riemergono dopo decenni da soffitte, cantine e archivi personali. Anche quest’anno, grazie alla collaborazione di tanti appassionati, alcune di queste “missioni impossibili” sono state portate a termine con successo, dimostrando ancora una volta che nella storia dell’informatica esistono ancora tesori nascosti da scoprire e conservare per le generazioni future.

Cari amici, il 23 e 24 maggio 2026, presso l’Istituto Tecnico “Emanuela Loi” di Nettuno, si è svolta una nuova edizione del Vintage Computer Festival Italia, l’appuntamento organizzato dal Vintage Computer Club Italia dedicato alla storia dell’informatica e alla conservazione del patrimonio tecnologico che ha contribuito a costruire il mondo digitale di oggi.
Definire il VCCI una semplice esposizione di computer storici sarebbe però riduttivo.
Per due giorni le aule e la palestra dell’istituto si sono trasformate in una macchina del tempo capace di riportare in vita sistemi che hanno fatto la storia dell’informatica: personal computer, workstation, console, periferiche e software che molti visitatori ricordavano con nostalgia e che le nuove generazioni hanno potuto scoprire per la prima volta.
Ovunque si respirava entusiasmo. Dietro ogni macchina esposta non c’era soltanto un pezzo di hardware, ma una storia da raccontare: restauri durati anni, pazienti ricerche di componenti ormai introvabili, esperienze personali e ricordi condivisi. Bastava fermarsi qualche minuto davanti a uno stand per ritrovarsi coinvolti in conversazioni appassionanti che spaziavano dalla programmazione degli anni Sessanta alle sfide del restauro elettronico, fino alle curiosità più insolite della storia dell’informatica.



La vera forza del festival, però, sono state le persone. Collezionisti, espositori, studenti, famiglie e semplici curiosi hanno contribuito a creare un clima accogliente e coinvolgente, nel quale è stato naturale scambiare idee, imparare qualcosa di nuovo e stringere nuove amicizie. In un’epoca in cui la tecnologia viene spesso vissuta in modo individuale, il VCCI ha dimostrato quanto sia bello condividerla dal vivo, raccontandosi esperienze e passioni. Questi due giorni sono stati anche un’occasione per ritrovare vecchi amici, conoscerne di nuovi e celebrare insieme una passione comune.
Insomma, un weekend intenso, ricco di sorrisi, scoperte e momenti che difficilmente verranno dimenticati.
Grande è stata anche la partecipazione del pubblico alle attività di preservazione del software storico. Molti visitatori ci hanno portato floppy disk per Commodore 64 e Amiga, oltre ad alcune cassette; altri non potendo essere presenti hanno preferito inviarci il loro materiale in occasione dell’evento, così abbiamo avuto la possibilità di recuperare diversi programmi, utility e documenti che rischiavano di andare perduti per sempre.
Tra le scoperte e i ritrovamenti più importanti di questa edizione c’è stata senza dubbio la Christmas Demo di Troni Games, una bellissima demo natalizia del 1986 rimasta sconosciuta fino a oggi. I floppy ci sono stati inviati da Michele Calvi, che ebbe la fortuna di vedere quella demo prendere forma in tempo reale durante il Natale del 1986 presso lo storico negozio milanese.
Il materiale recuperato ci ha riservato altre numerose sorprese: oltre alla demo sono emerse intro, schermate, giochi ed esperimenti di programmazione. In questo enorme bairam diversi programmi in italiano tradotti dalla lingua inglese (ad esempio il bellissimo Panzer 2000 tradotto dal gioco Word War III), poi un programma per calcolare la dieta, un simulatore di calcio e le istruzioni a video di “The Train – Escape to Normandy!”
Questa scoperta dimostra ancora una volta quanto il lavoro di preservazione sia importante. Quando si sente dire che ormai è stato recuperato tutto e che il nostro lavoro è inutile, la realtà continua a smentirci. A distanza di quasi quarant’anni emergono ancora materiali completamente inediti, conservati in una scatola o in un archivio personale da chi quegli anni li ha vissuti davvero.
In fondo a questa pagina troverete l’elenco del materiale preservato durante l’evento.
Le conferenze hanno ulteriormente arricchito la manifestazione. Gli interventi di Carlo Santagostino, Stefania Calcagno, Corrado Giustozzi e Fondazione 101 hanno offerto spunti interessanti e momenti di riflessione. Un grazie particolare va ad Andrea Pierdomenico e Cristiano Morville per il lavoro organizzativo, e agli amici di 8Bit Inside, nostri vicini di banco, compagni di tante avventure e iniziative condivise.

Non possiamo infine non citare l’importante contributo e l’elevata preparazione tecnica di tutti gli altri gruppi presenti: TI Watch Museum ODV, MMCC, Retrocampus, Retro_Digital, BitOld, Museo del Calcolatore di Prato, Associazione MSX Italia, Tonino Giagnacovo, Carlo Coletta e Ugo Angelini. Una menzione speciale merita il presidente Paolo Cognetti, anima e punto di riferimento dell’associazione fin dalla sua fondazione, che con passione, competenza e dedizione ne guida da sempre le attività, e che ha stupito i visitatori con un affascinante percorso storico dedicato all’evoluzione degli hard disk, dall’IBM 305 RAMAC del 1956 fino ai formati miniaturizzati degli anni Novanta, offrendo uno spaccato unico sull’evoluzione delle tecnologie di archiviazione dei dati.
Se c’è una lezione che il VCCI continua a trasmettere anno dopo anno, è che il retrocomputing non riguarda soltanto macchine, circuiti e software del passato, ma soprattutto le persone che scelgono di custodirne la memoria. Dietro ogni computer restaurato, ogni documento recuperato e ogni programma riportato in vita, c’è una comunità fatta di passione, competenza, amicizia e generosità, unita dalla convinzione che la storia dell’informatica rappresenti un patrimonio culturale che merita di essere preservato e tramandato alle nuove generazioni.
È proprio questo lo spirito che abbiamo respirato a Nettuno e il ricordo più prezioso che portiamo con noi: due giornate intense e coinvolgenti, ricche di incontri, confronti, sorrisi e nuove scoperte, vissute accanto ad amici di lunga data e a nuovi appassionati. Due giornate che hanno confermato ancora una volta come la tecnologia possa essere non solo oggetto di studio e conservazione, ma anche strumento di aggregazione, condivisione e crescita collettiva.
Perché preservare la storia dell’informatica non significa soltanto salvare macchine e software dall’oblio, ma custodire le idee, le intuizioni e il lavoro di chi ha contribuito a costruire il mondo digitale in cui viviamo oggi. E finché esisteranno persone disposte a condividere conoscenze, esperienze e passione, questo patrimonio continuerà a vivere. Il Vintage Computer Club Italia 2026 si è concluso lasciandoci una sensazione semplice ma preziosa: la consapevolezza che la tecnologia non è fatta soltanto di circuiti e processori, ma soprattutto delle persone che la costruiscono, la conservano e continuano a raccontarne la storia.
Prima di concludere, desideriamo rivolgere un pensiero speciale ad alcuni amici che hanno contribuito a rendere questa esperienza ancora più significativa: Francesco Galluccio, compagno di avventure e inseparabile “50%”, Fabrizio detto “Faber Pixel”,e ai nuovi amici Adriano Avecone e Gabriele Ferri, conosciuti proprio in questa occasione.

A tutti loro va la mia più sincera gratitudine per la cordialità, lo spirito di collaborazione, la competenza e la disponibilità dimostrata. La loro presenza, la piacevole compagnia e il concreto supporto fornito nelle attività di recupero e gestione del materiale hanno rappresentato un valore aggiunto fondamentale, contribuendo non solo alla buona riuscita dell’evento, ma anche a rafforzare quel clima di amicizia e condivisione che rende queste manifestazioni così speciali.
Ci fa inoltre particolarmente piacere che la parte conclusiva di questo articolo abbia ricevuto il contributo di Adriano Avecone. Per noi è motivo di soddisfazione poter condividere questo resoconto con una persona che da molti anni contribuisce alla diffusione e alla valorizzazione della storia dell’informatica e del retrocomputing in Italia. Grazie Adriano e benvenuto nel Dumpclub64!!

Dumping: l’arte silenziosa che salva la memoria del retrogaming e del retrocomputing
Può sembrare un’operazione semplice, quasi banale: si prende un vecchio supporto, lo si legge e lo si copia. In realtà il dumping è spesso un’attività lunga, delicata e meticolosa, perché i supporti originali possono essere danneggiati, smagnetizzati, sporchi, deformati, parzialmente illeggibili o conservati in condizioni non ideali per decenni. Una cassetta può avere problemi di segnale, un floppy può contenere settori rovinati, una cartuccia può presentare contatti ossidati, un disco rigido può essere vicino al cedimento definitivo. Ogni supporto recuperato è una piccola corsa contro il tempo.
di Adriano Avecone.
Quando si parla di retrogaming e retrocomputing, molto spesso l’attenzione si concentra sugli oggetti più visibili: computer, console, monitor CRT, joystick, floppy disk, cassette, cartucce, manuali, scatole originali. Sono elementi affascinanti, fisici, concreti, capaci di evocare immediatamente un’epoca passata. Tuttavia, dietro la possibilità di usare ancora oggi questi sistemi, studiarli, conservarli e farli conoscere alle nuove generazioni, esiste un’attività molto meno appariscente ma fondamentale: il dumping.
Il termine “dumping”, in ambito informatico e videoludico, indica il processo di copia e trasferimento dei dati da supporti originali, magari obsoleti, verso formati moderni, più stabili e più facilmente archiviabili. In altre parole, significa prendere il contenuto di un floppy disk, di una cassetta, di una cartuccia, di un hard disk antico, di una EPROM o di un altro supporto del passato e convertirlo in un file leggibile dai sistemi moderni, dagli emulatori o da dispositivi hardware contemporanei progettati per sostituire le vecchie memorie di massa.
L’importanza del dumping nasce da un fatto molto semplice: gran parte del software del passato rischierebbe di scomparire per sempre. Non parliamo soltanto di videogiochi famosi, già presenti in raccolte ufficiali, compilation moderne o archivi digitali facilmente reperibili. Parliamo soprattutto di tutto ciò che è rimasto ai margini: programmi poco diffusi, versioni alternative, utility, applicativi minori, giochi usciti in poche copie, software educativo, prototipi, demo, crack particolari, versioni localizzate, dischetti distribuiti attraverso riviste, programmi amatoriali o piccoli esperimenti realizzati da appassionati.
Molto di questo materiale non è mai entrato nelle raccolte ufficiali per diversi motivi. A volte si tratta di problemi di copyright: i diritti appartengono ad aziende scomparse, fallite, assorbite da altre società o impossibili da rintracciare. In altri casi, il software non ottenne abbastanza successo da attirare l’interesse degli editori moderni. Altre volte ancora si tratta di programmi “minori”, non abbastanza importanti da meritare una preservazione formale, ma comunque preziosi per ricostruire il contesto culturale, tecnico e creativo di un’epoca.
Occorre ricordare che, negli anni ’80 e nei primi anni ’90, la distribuzione del software avveniva spesso in modo diverso rispetto a oggi. Non esistevano piattaforme digitali, cloud, store online o connessioni a Internet. Il software circolava fisicamente: floppy disk copiati a mano, cassette duplicate, dischetti portati da un amico all’altro, scambi fra appassionati, pacchi spediti per posta, raccolte conservate in scatole da scarpe, buste, raccoglitori o cassetti. Solo in seguito, con la diffusione dei modem analogici, iniziò una forma di distribuzione digitale attraverso BBS e reti amatoriali, ma per molti anni il passaggio del software fu soprattutto manuale.
Questo significa che molti programmi potevano interrompere il proprio viaggio in qualunque momento. Bastava che un gioco finisse nella collezione di una persona poco interessata, che un’interfaccia risultasse troppo complicata, che un programma venisse giudicato poco comprensibile o che semplicemente nessuno lo copiasse più. A quel punto quel software smetteva di circolare. Rimaneva lì, chiuso in una scatola, magari dimenticato in soffitta o in cantina, in attesa che qualcuno lo riscoprisse decenni dopo. È qui che entrano in scena i dumper.
I dumper sono appassionati, tecnici, collezionisti o preservatori digitali che ricevono, acquistano, recuperano o analizzano grandi e piccole quantità di supporti obsoleti. Può trattarsi di collezioni intere, lotti trovati nei mercatini, archivi personali di vecchi programmatori, dischetti provenienti da scuole, uffici, cantine, soffitte o magazzini. Il loro compito è leggere quei supporti con strumenti adeguati e trasferirne il contenuto in formato moderno, cercando di preservarlo nel modo più fedele possibile.
Questa attività richiede competenza tecnica, pazienza e intuito. Non è sufficiente collegare un vecchio drive e sperare che tutto funzioni. Spesso servono interfacce specifiche, lettori modificati, software dedicati, conoscenza dei formati originali, capacità di riconoscere protezioni anticopia, errori fisici, sistemi di file non standard o formati proprietari. Il dumper deve comprendere le caratteristicge del supporto, distinguere un disco comune da una versione rara, riconoscere una copia alterata, individuare un crack insolito o una release distribuita in modo limitato.
La parte più affascinante del dumping è proprio la dimensione “archeologica”. Dentro una vecchia scatola di floppy può nascondersi qualunque cosa: un gioco dimenticato, una versione preliminare di un titolo conosciuto, un programma mai distribuito, una traduzione amatoriale, un’utility realizzata da uno sconosciuto, una raccolta di software locale, una demo tecnica, un sistema operativo modificato o una piccola gemma rimasta invisibile per trent’anni.
Non tutto ciò che viene recuperato ha un grande valore storico. Alcuni programmi sono semplici, grezzi, incompleti o poco interessanti dal punto di vista commerciale. Tuttavia, anche questi materiali hanno un valore, poiché raccontano il modo in cui si programmava, distribuiva il software, i problemi che si cercava di risolvere, le idee che circolavano fra gli appassionati, gli strumenti che venivano usati e i limiti tecnici che venivano affrontati. A volte un piccolo programma apparentemente irrilevante può essere importante per una singola persona, poiché legato a un ricordo, a un’esperienza scolastica, a un primo computer o a un periodo preciso della propria vita.
Il dumping, quindi, non serve soltanto a salvare i “capolavori”, ma a preservare il contesto, un elemento fondamentale poiché la storia dell’informatica e del videogioco non è fatta solo dai grandi nomi, ma anche da una quantità enorme di software minore, artigianale, locale, amatoriale, sperimentale o dimenticato.
Questa attività è inoltre indispensabile per il funzionamento degli emulatori, che consentono di studiare e utilizzare i vecchi sistemi su computer moderni, smartphone, mini PC o dispositivi dedicati. Un emulatore senza software è una macchina vuota. Per far rivivere un vecchio computer o una vecchia console occorrono i dump dei giochi, dei programmi, dei BIOS, dei sistemi operativi, delle ROM e delle utility necessarie. Senza dumping, gran parte dell’esperienza retro sarebbe impossibile o limitata.
Lo stesso discorso vale per l’hardware reale. Molti collezionisti utilizzano ancora computer e console originali, ma i supporti fisici dell’epoca sono spesso fragili o inaffidabili. Per questo motivo, negli ultimi anni si sono diffuse soluzioni moderne che sostituiscono floppy drive, lettori di cassette, hard disk o cartucce con dispositivi basati su schede SD, memorie flash, interfacce USB o sistemi equivalenti, che permettono di usare il software originale sull’hardware reale. Anche in questo caso servono dump corretti e ben conservati.
Il dumping è quindi il ponte fra passato e presente. Da una parte abbiamo i supporti fisici con tutta la loro fragilità. Dall’altra gli archivi digitali, gli emulatori, il cloud, le collezioni online, le librerie consultabili da studiosi e appassionati. In mezzo troviamo le persone che dedicano tempo, competenza e passione a trasformare oggetti destinati al deterioramento in file destinati alla conservazione.
Naturalmente, il tema presenta anche aspetti complessi, soprattutto sul piano legale. Non tutto il software può essere distribuito liberamente e il fatto che un programma sia vecchio non significa che sia privo di diritti. Tuttavia, oltre la distribuzione pubblica, l’atto di preservare, catalogare e documentare il software storico resta fondamentale. Senza questa attività, interi frammenti della cultura digitale rischierebbero semplicemente di sparire.
In definitiva, il dumping è una delle pratiche più importanti dell’intero universo del retrogaming e del retrocomputing. È meno spettacolare di una collezione di computer esposta su uno scaffale, meno immediato di una partita avviata su un CRT, meno romantico di una scatola originale perfettamente conservata. Senza il dumping, tuttavia, molto di ciò che possiamo ancora giocare, studiare, confrontare e ricordare sarebbe perduto.
Ogni dump ben fatto è una piccola vittoria contro l’oblio. Ogni floppy recuperato, ogni cassetta letta correttamente, ogni cartuccia preservata, ogni programma salvato è un frammento di memoria digitale sottratto alla scomparsa. Grazie a questo lavoro silenzioso, possiamo ancora parlare di retrocomputing e retrogaming non solo come nostalgia, ma come vera conservazione culturale.

69° Dumping Speciale VCCI 2026
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