CHE PALLE!!!

Le appendiamo all’albero, ci tiriamo addosso quelle di neve, splendono con tanto di scia sulla grotta dove dorme (?) il bambino Gesù. Alla fine cosa sarebbero queste festività senza di loro? Il lockdown ce le fa nominare spesso, soprattutto quando il gatto o il pargolo di casa le staccano dall’albero e ce le vediamo rimbalzare davanti mentre siamo intenti a tagliare il panettone. E poi c’erano quelle di vetro con la neve di polistirolo che fissavamo da piccoli incantati prima che i videogiochi monopolizzassero il nostro stupore. Se ci avete fatto caso non ci sono altre festività così piene di forme sferiche. La Pasqua ci ha provato con l’uovo, il Carnevale con i coriandoli, ma la palla è del Natale.


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Ad esempio vi siete mai chiesti perché decoriamo l’albero di Natale con delle palline colorate e non, che ne so, di stecchetti di cioccolata o fiocchi colorati?

Ci sarebbe la versione “Christian Carol”: nella notte della natività, mentre un bue ed un asinello venivano usati mò di caloriferi in una stalla di Betlemme, una folla di pastori si ammassava ad assistere alla venuta del Salvatore. Ognuno deponeva doni. Caciotte, salami, salsicce… tutto quello che vediamo rappresentato sui nostri presepi ma che nessun neonato al mondo potrebbe mai ingerire.

I presepi poi documentano l’apertura di un piccolo indotto commerciale attorno la sacra grotta con l’immancabile macellaio, la piccola osteria, il pastore col gregge. In tutto questo fiorire di spiritualità ed economia si narra che per ultimo arrivò un giovane pastorello.

Questi non aveva nulla con sé e davanti a quella folla di donanti provò grande imbarazzo per essere lì a mani vuote. Allora si chinò, ed a seconda delle versioni, raccolse delle pietre, o fece delle palle con la neve, e iniziò a lanciarle in aria ed afferrarle con grande abilità tanto da far ridere il piccolo Gesù bambino.


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Quel gesto, per motivi che solo il bambino in questione conosce, fu tanto nobile da non poter essere rappresentato sul presepe al pari degli altri pastori, ma da avere un posto speciale tutto per sé. Sull’albero. E forse sarà proprio per questo che i bambini ad oggi ne sono così attratti.

Poi c’è la versione storica.

Nell’antica Roma, a metà Dicembre, il mondo si ribaltava. In inverno la terra era brulla, i raccolti bruciati dal freddo. La gente era stretta dalla morsa tra le scorte restanti e l’incertezza del raccolto futuro. E come in ogni civiltà moderna, i romani superavano la paura della precarietà nel modo che avevano appreso dai loro antenati e che ancora oggi noi seguiamo: festeggiando e mangiando.

Erano i giorni dei Saturnalia. Festa in cui gli schiavi erano resi liberi per la durata delle celebrazioni. Veniva sorteggiato tra loro un saturnalicius princeps, ovvero una caricatura dell’imperatore. Veniva vestito di rosso, il colore degli Dei e degli imperatori e regnava su schiavi e padroni per tutta la durata della festa ricevendo e distribuendo regali detti “strenne”. Le case erano ricoperte di rami di abete ed illuminate dalla luce di migliaia di candele. Nel tempio la statua di Saturno era avvolta da bende che venivano “scartate” dal sacerdote al culmine della festività.

Tizi vestiti di rosso, regali, rami di abeti e case illuminate… duemila anni fa.

Poi non si capì bene se fu colpa dei barbari o di Kratos, ma di quella festa rimasero solo i rami delle conifere che adornavano le stanze.

Nonostante tutto i Saturnalia sopravvissero in qualche modo nelle tradizioni del nord Europa. Si prese l’abitudine, in forme diverse, di usare come decorazioni i rami di conifere e scambiarsi doni in cui il simbolo chiave era una mela rossa. Una mela rossa. Perché se c’è una cosa che la religione ci insegna è come sintetizzare il sacro col pagano usando un frutto che ci ricorda il raccolto, del colore rosso degli Dei pagani, che riporta al peccato originale biblico nei giorni in cui un’antica festa pagana è diventata il simbolo della cristianità. Stano che non abbiano ancora mandato Ezio Auditore a chiarire la vicenda (ma forse stavolta i Templari sono stati più scaltri).

Nel nord Europa prese piede poi l’abitudine di adornare un piccolo abete, il nostro alberello di Natale, con le mele rosse. Sempre come auspicio per il futuro raccolto. Sempre come ponte tra il pagano ed il cristiano.

E poi ci fu il 1858. Non che in quell’anno ci furono eventi storicamente rilevanti. Ci fu un eclissi solare a Settembre, non ci furono guerre particolarmente cruente (Montenegro a parte), né fu di ispirazione a letterati.

Fu l’anno del freddo e della carestia. E per questo non c’erano mele da appendere agli alberi. Sarebbe stato un Natale particolarmente triste se nel piccolo villaggio di Goetzenbruck, un artigiano che soffiava vetro per gli orologi, non si accorse che le palline di vetro potevano risplendere ancora di più se appese all’albero. In breve tutto il villaggio seguì il suo esempio e nel giro di pochi anni la produzione delle palline di vetro divenne l’attività principale del piccolo centro. Fino ad oggi.

Da allora le mele sono scomparse dagli alberi sostituite da addobbi di ogni tipo.

Non potendo regalarvi sul sito le palle di vetro di Goetzenbruk vogliamo comunque donarvi una serie di giochi per Commodore 64 a sfondo sferico come quelli illustrati.


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Buone feste a tutti.

CHE PALLE!!!

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