005 I NASTRI DIMENTICATI

Mio zio era un omone: grosso, forte, e con due mani grandi come pale meccaniche. Gestiva un bar che nascondeva, nel seminterrato, un vero tesoro proibito per noi ragazzi: una sala giochi. Ovviamente, come ogni adolescente curioso, cercavo di intrufolarmi lì dentro ogni volta che potevo. Ma tra il fumo, le carte e le partite giocate con soldi veri, appena mi avvicinavo a quell’ambiente che lui definiva “malsano”, zio non ci pensava due volte: mi acchiappava al volo, mi sollevava da terra e mi scaraventava fuori come un sacco di patate. Alla fine mi rassegnai. D’altronde, erano gli anni ’80, ero minorenne e sotto dittatura familiare: se sgarravo, arrivava la santa trifecta – botte da papà, zio e pure nonno. E nemmeno la via di fuga mi era concessa: mio padre non mi lasciava usare il suo motorino, un glorioso Piaggio Ciao, nemmeno a spinta! Sarebbe bastato per arrivare alla sala giochi in centro, ma vivendo in periferia, anche solo prendere l’autobus sembrava una missione impossibile.

Per fortuna, quel “deficit ludico” l’ho colmato qualche anno dopo. Nel dicembre dell’81, il postino mi consegna una cartolina arancione. Non era una vacanza, ma quasi: “La invito a presentarsi al Consiglio di Leva, Roma – Viale Giulio Cesare 54H, alle ore 8 del giorno 3 febbraio 1982, per essere visitato ai fini della leva-selezione.” Tre giorni di visite mediche, controlli, esami e poi, finalmente, l’assegnazione al Reparto. La mia nuova avventura stava per cominciare… e stavolta non poteva buttarmi fuori nessuno!

Un anno dopo, precisamente il 4 marzo 1983, partii per la naja. Destinazione: Aeroporto “Fabbri” a Viterbo, Scuola S.A.R.V.A.M. — ovvero Scuola Addestramento Reclute V.A.M., 129° Corso. Già il nome suonava tosto, tipo: “Benvenuto, soldato. Dimentica chi eri, qui diventi un Terminator con la divisa.” Quel giorno sembrava una scena da film: tutta la famiglia al completo a salutarmi, come se partissi per la guerra in Vietnam. Mamma piangeva disperata, eppure si aggrappava alla consolazione che Viterbo, dopotutto, non era dall’altra parte del mondo. Solo a un paio d’ore da casa, ma per lei sembrava Marte.

Poi iniziò il C.A.R. — due mesi intensi, duri, quasi mistici. Al comando, il mitico Sergente Boccaccini: voce tonante, baffi scolpiti nella roccia, sguardo che ti trapassava l’anima. Sembrava uscito da un film di Clint Eastwood, ma versione italiana e più incazzata. Ci insegnò il rispetto, la lealtà, la fiducia reciproca e un’etica ferrea che ti restava incisa nel DNA. Per noi reclute, era una leggenda vivente. Se diceva “Salta”, tu già stavi volando. Il 28 marzo arrivò il grande giorno del giuramento. Una cerimonia carica di emozione, orgoglio e stomaco stretto. Un po’ perché capivi che stavi diventando uomo, un po’ perché la mensa quella mattina aveva servito qualcosa di non identificabile. Dopo il giuramento, ci aspettava un altro mese di addestramento estremo. Percorsi a ostacoli che manco in “Giochi Senza Frontiere”, corse a perdifiato, flessioni a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il fisico urlava “Basta!”, ma la testa cominciava a dire “Forza!”. Era dura, sì, ma iniziavi a sentire dentro una strana forza, come se ti stessero forgiando con il fuoco (e un po’ anche con le urla del Sergente).

28 Marzo 1983 – Giuramento 129° Corso V.A.M.

Arrivò finalmente la destinazione finale. Squilli di tromba, rullo di tamburi… Aeroporto Militare di Ghedi – 6° Stormo, Base N.A.T.O., 607 chilometri da casa. Quando lo dissi a mia madre, le venne quasi una sincope. Le parole “sei-centosette” e “chilometri” le rimbombavano in testa come se avessi detto “vado a vivere su Saturno”. Era disperata. Io, invece, manco fossi stato scelto per una missione top secret. Per me fu una fortuna vera. Ghedi non era solo un aeroporto militare. Era una città dentro la città, un mondo a parte. C’erano i Tornado (gli aerei), e piloti che sembravano usciti da Top Gun versione italiana. Lì iniziai la mia nuova vita da “V.A.M. operativo”. Non più recluta che pulisce gabinetti o lucida anfibi al millimetro, ma parte attiva della macchina militare. Avevo turni di guardia, controlli, servizi in pista. Il tutto con il mitico mitra M.A.B. in spalla e una nuova consapevolezza: da lì non mi buttava più fuori nemmeno zio.

Le giornate scorrevano tra sveglie all’alba, caffè al bar militare (dove il cameriere sembrava più severo del sergente Boccaccini), e turni che ti facevano amare anche il silenzio della notte. Avevo compagni da tutta Italia: milanesi, bergamaschi, romani siciliani, veneti, pugliesi, sardi. Uno zoo meraviglioso di accenti, storie e risate. E quando non eri di turno, si faceva gruppo, si rideva, si scambiavano pacchi da casa come se fossero lingotti d’oro. C’era chi riceveva salami interi, chi pastiere, chi panettoni in estate. Io? Avevo il mitico pacco di mamma, sempre pieno di amore e, soprattutto, di roba buona.

Il 26 aprile, dopo un viaggio infinito in treno — di quelli dove il sedile diventa nemico e il tempo si dilata come in un film di fantascienza — arrivammo finalmente alla stazione di Ghedi. Era sera, e l’accoglienza fu… beh, diciamo cinematografica. Ci vennero a prendere dei pullman militari, e già lì il clima cambiò. Appena scesi, una nebbia fittissima avvolgeva tutto l’aeroporto. Sembrava di essere finiti in un film horror ambientato nella Bassa Padana. Non si vedeva a un palmo dal naso, solo qualche lampione tremolante e le ombre degli hangar lontani. Un silenzio tombale. Poi, all’improvviso… le voci. Anzi, le imprecazioni. Da qualche parte, nascosti nella nebbia come spiriti maligni, si sentivano le urla dei “nonni” (i militari più anziani di noi, che stavano per congedarsi): “Burbe ghette miure!”
Che, per chi non mastica il dialetto padano, significa: “Burbe (reclute), dovete morire!”. Ecco, benvenuti a Ghedi. Era tutto surreale. Nessuno parlava, nessuno rideva. Si scendeva dai pullman in fila indiana, con lo sguardo fisso nel vuoto e la paura che ci legava le gambe. Ogni passo faceva eco nel silenzio ovattato della nebbia. Sembrava di essere entrati in un rito iniziatico, tipo Hogwarts ma con più mimetiche e meno bacchette magiche (anche se il bastone di un maresciallo faceva magie a suo modo). Ci accompagnarono in silenzio fino alle camerate. I letti erano disposti al millimetro, l’odore di disinfettante e ferro ti entrava nel naso, e le luci al neon ti ricordavano che da quel momento in poi, il relax era un concetto astratto. Nessuno fiatava. Solo sguardi, zaini posati piano, qualche sospirone trattenuto. Era l’inizio della vera avventura.

Il giorno seguente: sveglia all’alba, manco fossimo in guerra. Un suono secco, deciso, che ti faceva saltare giù dal letto come se fosse scoppiato qualcosa. Doccia lampo (sempre fredda, giusto per rinforzare il carattere), poi alzabandiera. Silenzio assoluto, tutti schierati, lo sguardo fisso sul tricolore che saliva lentamente. Poi colazione alla mensa. Dopo la colazione, tutti in fila come soldatini veri davanti al magazzino vestiario. Là dentro era il regno dei numeri e delle urla: “Scarponi 43! Divisa 50! Berretto 58!” E già dal giorno dopo… via con il servizio di guardia. Neanche il tempo di ambientarmi, che mi ritrovavo imbacuccato come un palombaro, con il freddo che ti tagliava la faccia. Sotto la divisa, la mia arma segreta: la tuta di Super Pippo. Calda, comoda, e con quel tocco da supereroe che, sotto sotto, ti dava morale. Di notte equipaggiamento standard: litri di cordiale e cioccolata a cubi, che più che snack era sostegno psicologico. E lassù, sulle altane, si stava fermi a vigilare… il freddo, la pioggia e vento, ma avevi quel senso mistico del “controllo assoluto”. Ore e ore in silenzio, ogni scricchiolio sembrava un’invasione aliena. Piano piano, tra una guardia e l’altra, imparavi a convivere con la noia, il freddo, e la consapevolezza che stavi diventando grande. A modo tuo, ma grande.

I turni erano quelli classici: due ore di guardia e due di riposo. Ma “riposo” era una parola grossa… perché tra freddo, ansia e il materasso duro, dormire era un sogno. Le due ore di guardia, poi, sembravano durare un’eternità. Guardavi le lancette ogni cinque minuti, e ne erano passati due. Il nulla davanti, il gelo dentro, e il cervello che si divertiva a fare liste di cose assurde pur di non impazzire: “Se domani scappo, quanto ci metto a tornare a casa a piedi?”, “Chissà se Super Pippo avrebbe resistito a queste temperature”. E poi… la notte. Ah, la notte in caserma. A renderla ancora più elettrizzante c’erano i controlli del capoposto e, per non farci mancare niente, anche quelli dell’ufficiale di turno. Entravano in silenzio come ninja addestrati, ti piombavano alle spalle e ti chiedevano con voce gelida: “Quali sono le consegne?” E lì, se non eri pronto, ti partiva il panico. Perché saperle era una cosa, ripeterle senza tremare mentre hai l’adrenalina a mille… era un’altra. Un giorno di guardia, un giorno di riposo. Bella fregatura. Perché poi ti domandi: che me ne faccio di un giorno di riposo a Ghedi? Alla fine te ne stavi in camerata, a scrivere lettere (vere, con carta e penna, roba da archeologia emotiva), e a giocare a carte, scambiando racconti improbabili o ascoltando la radio.

Fu così che, durante uno di quei famigerati giorni “di riposo” a Ghedi — che di riposante avevano giusto il nome — iniziai a vagare come un esploratore urbano. Cercavo un rifugio, un angolo del mondo dove non sentirmi un alieno col dialetto diverso, un posto dove la gente non mi scrutasse. Camminavo senza meta, quando ad un certo punto… eccolo lì. Un grosso edificio, con una porta a vetri appannati, da cui filtravano bagliori intermittenti e rumori che mi riportarono all’infanzia: bip bip, esplosioni digitali, musichette sintetiche, il tipico “clac” del pulsante player 1.
Mi avvicinai come se stessi vedendo un miraggio nel deserto. Era lei. Una sala giochi. Mi fermai davanti all’ingresso con un misto di emozione e rispetto religioso. Una lacrima quasi scese, ma l’ho ricacciata indietro come si fa da veri duri. E poi, il pensiero: “Zio… tu non puoi fermarmi adesso.” Sì, perché zio stavolta era a centinaia di chilometri, e nessuno poteva sollevarmi per il bavero e scaraventarmi fuori come un sacco di patate. Potevo varcare quella soglia da uomo libero. E lo feci.

Foto presa da YouTube

La sala era enorme. Un vero e proprio regno del divertimento. Luci soffuse, George McCrae in sottofondo con Rock Your Baby che girava in loop, un bar, un tavolo da ping pong e perfino un biliardo. C’erano così tanti cabinati da perderci la testa: Zaxxon, Missile Command, Vanguard… Ma con Zaxxon fu subito colpo di fulmine. Un amore digitale. Impossibile resistere a quel gioco con la prospettiva isometrica e l’astronave fluttuante tra muri e laser: tutta la mia decade da 60.000 lire finiva lì, senza rimpianti. Oggi, quando si parla di “sale giochi”, si pensa a file infinite di slot machine rumorose e tristi. Ma negli anni ’80 era tutta un’altra storia: si giocava per il gusto di giocare, di divertirsi, di sfidare l’amico, di battere il record e scrivere il proprio nome con le iniziali lampeggianti. Furono mesi bellissimi, spensierati, forse i più belli di tutta la mia giovinezza. I miei migliori amici diventarono Bergamaschi, Milanesi, Torinesi… Gente mai vista prima, che però non mi lasciò mai solo. Sapevano che ero lontano da casa, e diventarono fratelli. Condividevamo tutto: storie, sogni, vestiti, risate, persino i soldi. Nessuno badava a chi pagava quando si usciva in libera uscita — si viveva alla pari, come in una grande famiglia. E poi c’erano le feste. Tante. E spettacolari. Soprattutto quelle organizzate con i soldati americani: ci riempivano di regali, mimetiche, scarponcini, elmetti, sembrava Natale ogni volta. E le loro feste erano una bomba: rock band arrivate apposta dagli USA, birra a fiumi, ragazze che sembravano uscite da un film di John Hughes, e un certo vino frizzantino (di cui non ricorderò mai il nome), che scorreva come acqua. Una mattina mi ritrovai dentro un tombino per irrigazione. Giuro. Mi avevano trovato là i miei compagni, mi riportarono in camerata, mi coprirono dal turno, e mi lasciarono dormire tutto il giorno. Chi altri l’avrebbe fatto? Solo veri amici. E sai cosa? Non c’era nonnismo. Nessun bullo, nessun prepotente. I più anziani pretendevano solo rispetto in mensa — guai a saltare la fila — ma per il resto eravamo tutti sulla stessa barca. Uniti. Veri soldati, ma prima di tutto persone. E poi… le sere, dopo il turno di guardia, ci piazzavamo ai bordi della pista dell’aeroporto e guardavamo i Tornado decollare. Fuoco nel buio. Un rombo che ti rimbombava dentro al petto. Era magia pura. Una volta, una pattuglia di F15 americani arrivò a Ghedi. All’atterraggio sbagliarono la direzione — presero la torre di controllo come riferimento, ma la pista era più a sinistra. Con una scivolata d’ala da manuale, si posarono comunque perfettamente. Roba da Top Gun. Anche la mensa, diciamolo, era ottima e abbondante. Pasta, carne, contorni, gelato e caffè a fine pasto. Un piccolo lusso in mezzo a tanto ordine e disciplina. Insomma, un paradiso mascherato da servizio militare, e secondo me hanno fatto male ad abolirlo. Ma come in tutte le storie, arriva il colpo di scena: il 3 ottobre 1983 venni trasferito a Roma, alla caserma di Pratica di Mare. E lì, beh… cambiò tutto. Ma quella è un’altra storia!!

In ricordo di quei tempi, oggi mettiamo online questa nuova serie dei “Nastri Dimenticati”. Un omaggio a quei momenti epici, vissuti tra guardie, risate, cabinati e amicizie che il tempo non ha mai cancellato. Tra questi nastri troverete Space Invaders, Pac-Man, Donkey Kong, e naturalmente Zaxxon. Un tuffo nel passato, per farvi rivivere ancora una volta l’emozione di quei giochi che non invecchiano mai.

Prima di cliccare su “Download”… fate partire questo video. Vi trascinerà dritti in quell’atmosfera magica che ho avuto la fortuna di vivere. Premete play. E tornate con me, in quei mitici anni ’80.

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7 Commenti

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  • 21 Luglio 2021 a 18:08

    Che ricordi! La nja la feci partendo il 6 Agosto 1996 destinazione 11 Battaglione fanteria Casale, a Casale MOnferrato naturalmente per poi dopo un mese di car raggiungere la destinazione che era Milano, la mia città! Al 1 Reggimento trasmissioni. Un anno ricco di alti e bassi, anche se la via in aeronautica di Roberto deve essere stata più dura.

  • 21 Luglio 2021 a 20:56

    Grazie per aver condiviso i dump e i ricordi della tua adolescenza!

  • 21 Luglio 2021 a 22:54

    Non pensavo che mio padre fosse così fico!! Grande papà, sono orgogliosa di te! ❤️

    • 22 Luglio 2021 a 09:36
      In risposta a: Lucrezia Lanciotti

      Baci!!

  • 22 Luglio 2021 a 04:42

    Stupendo. Per me la naja resta l’anno più bello della mia vita. Car a casale nel 95 e poi un anno di bersagliere nel 28esimo. In quell anno tre mesi in Sicilia, oltre mille km da casa. Tre mesi di vespri. Poi Sardegna, Friuli.. Ho conosciuto persone che mai in vita mia avrei conosciuto. Ho imparato il valore delle piccole cose che prima davo x scontate, come una buona partita as un videogame.

  • 25 Luglio 2021 a 21:23

    Eppure dicevi che stavi male che ti facevano lavorare tanto..e non telefonavi mai a ???? che ti dicevo che ti fanno male anche le mani?te possono.. quanto so stata in pensiero…..ma ti voglio bene lo stesso …

    • 26 Luglio 2021 a 05:25
      In risposta a: Angela

      Mamma anche io ti voglio bene. Baci

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