65° Dumping

Al Dumpclub64 condividiamo una certezza: le storie sono ovunque.

A volte dormono dentro un floppy dimenticato in soffitta, altre volte riemergono a voce, davanti a un monitor verde fosforescente, mentre qualcuno ricorda i pomeriggi trascorsi a copiare cassette o a scrivere le prime righe in BASIC.

Poi ci sono le storie che arrivano in modo inatteso: scritte da mani nuove, da sguardi freschi, capaci di portare un punto di vista diverso ma perfettamente in sintonia con ciò che ci appassiona da sempre: tenere viva la memoria.

Perché al Dumpclub64 preserviamo storie: le nostre e quelle degli altri, quelle che ci hanno formato e quelle che, quando riaffiorano, riescono ancora a stringerci un po’ il cuore.

Anche i ricordi felici, del resto, possono portare con sé una malinconia gentile: quella del tempo che passa, delle persone che cambiano e dei momenti che non torneranno più. Non importa che arrivino da un 1541, da una chiavetta USB o da un foglio scritto a matita, per noi hanno tutti lo stesso valore. È con questo spirito che oggi condivido un racconto particolare.
Non nasce da un reperto ritrovato, né da un’avventura di retrocomputing. Nasce invece dalla sensibilità di una giovane autrice che, con la curiosità e l’entusiasmo di chi guarda il mondo con occhi nuovi, ha scelto di raccontare un frammento di storia molto più grande di lei: l’arrivo di una famiglia italiana a Ellis Island, nel 1906.

La copertina del download aggiunge a questo racconto un significato ancora più personale. Nella fotografia compaiono mia madre con i suoi fratelli e mio padre, tutti giovani. Non sono loro i protagonisti di quel viaggio verso l’America, ma quell’immagine porta con sé una storia familiare che affonda le sue radici proprio in quel mondo fatto di partenze, speranze e destini incrociati.

Mia nonna Giuseppa, madre di mia madre, nacque infatti a Rosendale, un sobborgo di New York. Proprio il giorno della sua nascita, suo padre — mio bisnonno — morì tragicamente sotto le ruote di un carrello nella miniera di carbone in cui lavorava.
Una vicenda dura, lontana nel tempo, ma ancora capace di dare un peso diverso a parole come viaggio, famiglia, sacrificio e futuro.
La storia che segue parla di speranza, di viaggi interminabili e del disorientamento davanti a una terra sconosciuta. Riesce a restituire emozioni autentiche e immagini vivide, quasi come se quelle scene fossero state vissute in prima persona. Leggendola, ho riconosciuto qualcosa di familiare: la stessa voglia di raccontare che anima ogni giorno anche noi, e quella sensazione sospesa che accompagna ogni viaggio — il momento in cui si lascia qualcosa alle spalle senza sapere ancora cosa si troverà dall’altra parte.

A più di un secolo di distanza, ciò che accadeva allora, in forme diverse, accade ancora oggi. C’è chi parte, chi torna, chi lascia una traccia lontano da casa. C’è un’Italia che continua a farsi riconoscere per cura, tenacia e inventiva. E rimane sempre un lieve retrogusto di malinconia quando si mette il proprio talento al servizio di un mondo lontano. Che si tratti di un floppy recuperato dopo decenni, di un aneddoto raccontato da un amico o di un racconto scritto di getto, ciò che ci tiene uniti è il desiderio di condividere storie che meritano di essere ascoltate.
Sono quindi felice di dirvi che questa storia nasce davvero vicino a noi: l’ha scritta mia figlia Carlotta, classe 2006, ed è la sua prima prova narrativa. È solo un piccolo passo, certo, ma pieno di quella sincerità e di quella passione che riconosciamo subito quando incontriamo qualcosa che vale. E sì, porta con sé anche una dolce malinconia: quella di vedere crescere qualcuno attraverso le sue parole. Vi invito a leggerla con calma, immaginando il rumore del porto, l’attesa, la paura e quella scintilla di coraggio che, da sempre, spinge le persone ad andare avanti.
Che sia un floppy o una pagina, alla fine la magia è la stessa: una storia che prende vita. Prima di chiudere, però, vorrei tessere un ultimo filo tra ieri e oggi. Se nel 1906 i sogni attraversavano l’oceano in terza classe, oggi viaggiano con strumenti diversi — sensori, dati, reti e missioni scientifiche — ma conservano lo stesso cuore ostinato, lo stesso bisogno di capire, costruire e lasciare un’impronta.

Questa sessione si è potuta realizzare grazie all’impegno del mio amico Emanuele Pallozzi, compagno di passione nella scena Commodore e, nella vita, tecnologo del CNR. Emanuele misura i segni del clima che cambia — dalla CO₂ ai composti organici volatili, fino al respiro delle piante — e li segue fino ai confini bianchi dell’Artico, dove il silenzio sembra una pista di registrazione infinita.

Lì, tra ghiaccio e cielo, raccoglie numeri che diventano conoscenza, custodisce dettagli che diventano memoria e porta l’Italia nel mondo, riportando poi il mondo a casa. C’è qualcosa di profondamente poetico nel vedere come, con la stessa cura che mette nel suo lavoro scientifico, abbia scelto di tramandare anche i suoi floppy, i suoi ricordi digitali, le sue piccole storie magnetiche. Perché la memoria, per restare viva, ha bisogno di essere donata. Non è forse lo stesso gesto, mutato nel tempo? Partire per capire. Tornare per condividere. Incidere, conservare, tramandare. Le storie cambiano supporto, ma non destino. Ieri erano valigie e vapore; oggi sono dataset e missioni polari. Ma il nastro è sempre lo stesso: la volontà di non perdere ciò che conta, anche quando una lieve malinconia ci accompagna lungo il cammino.

Roberto Lanciotti


Buona lettura, e continuiamo a raccontare.

Ellis Island 1906

di Carlotta Lanciotti

Questa storia nasce da una memoria di famiglia e prende ispirazione da un fatto vero: la nostra trisnonna e suo fratello partirono in nave da Napoli e, dopo un viaggio lungo e coraggioso, raggiunsero Ellis Island.
Nel racconto, i nomi e alcuni dettagli sono stati intrecciati con la fantasia, ma l’emozione è autentica: è la stessa che attraversò l’oceano insieme a loro.
Pasquale si trovava confuso del perché sentiva urlare “Get them! Get them!” mentre cercava di ritrovare sua madre.
C’era caos ad Ellis Island;
Per molte persone sarebbe stata una semplice giornata di Giugno, con aria fresca e sole che spaccava le pietre, ma Pasquale si trovava in un’altro mondo.
Dopo quindici giorni di navigazione, e prima di essa, tre settimane per arrivare al porto di Genova, Pasquale e sua madre Teresa, si ritrovarono finalmente davanti ad un grande cancello, e molte, moltissime persone.
Pasquale veniva da una famiglia povera, contadini, che dalle Marche si spostarono a Roma a cercare una nuova vita stabile, ma ciò non giovò.
Sua madre, una mattina di Novembre nel 1906 , leggendo Il Messaggiero Italiano vide un messaggio di propaganda che promuoveva l’immigrazione degli italiani in America, fornendo notizie, con frasi patriottiche da parte del presidente Theodore Roosevelt come “We have room for but one flag, the American flag.” “Abbiamo posto per una sola bandiera, la bandiera americana”
Teresa capì subito che fosse necessario partire per dare futuro alla sua famiglia e a suo figlio.
Teresa, insieme a sua Sorella Angela, con doppi turni, pulendo case di ricchi , piatti, e lavorando da Sarte, riuscirono in pochi mesi a mettere più di quattrocentocinquanta lire da parte, con settanta lire in più per avere un posto dove dormire le prime notti dopo lo sbarco.
Lo scopo però era quello di raggiungere la sua amica Marcella, che con l’immigrazione del 1901, si era stabilita ad Erie, in una piccola città in Pennsylvania, al confine del grande “Granary of the Empire” ossia “Granaio dell’Impero” cioè il Canada.
Marcella, nelle lettere che aveva mandato a Teresa, raccontava di grandi campi, di fabbriche che cercavano operai e di strade dove si sentiva parlare italiano quasi quanto nelle piazze dei paesi d’origine.
Scriveva che, anche se la vita non era facile, in America ogni uomo disposto a lavorare poteva costruirsi qualcosa.
Per Teresa quelle parole erano diventate una speranza.
Così, dopo mesi di duro lavoro, Teresa, Pasquale e Angela partirono.
E adesso, dopo settimane di viaggio e di speranza, si trovavano lì.
Pasquale era fermo tra centinaia di persone davanti al grande cancello di ferro di Ellis Island.
Fu allora che sentì di nuovo quelle urla.
“Get them! Get them!”
Pasquale non capiva quelle parole, ma il tono era abbastanza chiaro da farlo gelare sul posto. Alcuni uomini in uniforme si muovevano velocemente tra la folla, indicando delle persone e spingendole verso un lato e altre verso un’altro.
Tra spinte, e urla, in un attimo, Pasquale si ritrovò solo, senza sua Madre e senza sua Zia.
Era perso, si sentiva perso.
Guardandosi intorno, vide una “Stazione” o almeno così pensava, dato l’incapacità di leggere.
Gli andò incontro, chiedendo aiuto ad un tizio in uniforme “Signu, avéte vist’ la mi’ mamma?” continuando “Quarcù ha vist’ la mi’ mamma?”
Egli si limitò a rispondere “Go away Kid.” “Vai via ragazzino.”
Pasquale, rimase fermo per un attimo. Non capiva quelle parole ma il messaggio era abbastanza chiaro;
Si guardò ancora per una volta intorno ma capii di essere solo, fino a quando qualcuno gli tocco la spalla.

In quel momento, dall’altra parte di Ellis Island, Teresa stava vivendo un incubo non meno terribile.
“Pasqual’ !” aveva gridato voltandosi di scatto.
“Avéte vist’ mi’ fijju?” chiese ad una donna accanto a lei.
Ma nessuno sembrava capire.
Poi però, tra la folla e il frastuono Teresa vide il cappello di Pasquale attraverso una Rete, e accanto a lui, c’era Angela, che le sorrideva per rassicurarlo. In quel momento, capii che tutto sarebbe andato bene, e che finalmente erano di nuovo riuniti.


Elenco dei titoli preservati con note riportate sulle etichette.

65° Dumping

676 file · 73.9 MB · 24 Agosto 2026

LIA – Quando il Commodore 64 era tutta la casa

Analizzando questa raccolta di cento floppy, LIA si è resa conto che non si tratta semplicemente di una collezione di giochi. È il ritratto di come veniva realmente utilizzato un Commodore 64 negli anni Ottanta: studio, lavoro, archiviazione, programmazione e divertimento convivono negli stessi dischi. Tra utility per il drive 1541, database, fogli elettronici, programmi educativi e grandi classici videoludici emerge un vero spaccato di vita quotidiana digitale.

La Top 10 di LIA

1. GEOS

Il sistema operativo grafico che trasformava il Commodore 64 in qualcosa di sorprendentemente simile a un Macintosh.

Chicca: GEOS riusciva a gestire finestre, icone, font proporzionali e persino programmi di desktop publishing. Molti utenti scoprirono il mouse proprio grazie a lui. Vederlo funzionare su una macchina con soli 64 KB è ancora oggi impressionante.


2. Hacker II

Uno dei primi giochi a mettere il giocatore nei panni di un hacker e di una spia informatica.

Chicca: quando uscì molti lo considerarono “strano” perché non prevedeva sparatorie o labirinti. In realtà anticipava di anni il concetto di simulazione e di gioco basato sulle decisioni. Oggi è considerato uno dei precursori del genere cyberpunk.


3. The Hobbit

Storica avventura testuale basata sul mondo di Tolkien.

Chicca: il parser “Inglish” era talmente avanzato che i personaggi non aspettavano passivamente il giocatore, ma continuavano a muoversi e agire autonomamente. Per il 1982 era quasi magia.


4. Spy vs Spy

Due spie, una valigetta segreta e una quantità infinita di trappole.

Chicca: il gioco nasce dal celebre fumetto di MAD Magazine. Molti ricordano ancora oggi le interminabili sfide tra fratelli e amici che finivano spesso con sabotaggi e vendette all’ultimo secondo.


5. Ghosts’n Goblins

Uno dei simboli assoluti del Commodore 64.

Chicca: per terminare davvero il gioco era necessario completarlo due volte. Una crudele sorpresa che lasciò sconvolti migliaia di giocatori dell’epoca.


6. Beach Head II

Azione militare e scenari da film hollywoodiano.

Chicca: il celebre duello finale con il comandante nemico è ancora oggi una delle scene più ricordate dell’intera storia videoludica del Commodore.


7. Multiplan

L’antenato diretto di Excel.

Chicca: molti possessori del Commodore 64 ignoravano perfino che Microsoft producesse software per la loro macchina. Eppure Multiplan fu uno dei fogli elettronici più diffusi dell’epoca.


8. Superbase 64

Uno dei database più importanti del mondo Commodore.

Chicca: molti piccoli negozi, studi professionali e associazioni gestivano realmente clienti, cataloghi e archivi utilizzando Superbase invece di costosi sistemi professionali.


9. WordStar

Per anni uno standard mondiale della videoscrittura.

Chicca: numerosi giornalisti, scrittori e sceneggiatori hanno scritto libri e articoli professionali utilizzando WordStar. Era il programma che trasformava il computer in una macchina da scrivere del futuro.


10. The Manager

Un software oggi quasi dimenticato ma estremamente rappresentativo.

Chicca: dimostra come molti utenti Commodore fossero ossessionati dall’ordine digitale. Catalogare floppy, mantenere archivi e organizzare dati era una necessità reale quando si possedevano centinaia di dischi.


Guardando i floppy, LIA ha notato una quantità impressionante di utility:

  • Fast Hack’em
  • Turbo Nibbler
  • Double Image
  • Swiss Copy
  • FCopy
  • Disk Doctor
  • SuperBackup
  • Nibbler 2 Drive
  • Disk Maker

Perché conservare D64, G64 e NIB?

Questa raccolta contiene tutti e tre i formati di preservazione.

  • D64 conserva i dati logici del disco.
  • G64 conserva la struttura fisica delle tracce.
  • NIB conserva dettagli ancora più vicini al floppy originale.

Per alcuni giochi protetti il D64 non basta, ed è per questo che i preservatori moderni cercano sempre di salvare tutte le versioni.


La vera sorpresa

Accanto ai giochi compaiono:

  • Condominio
  • Conti Casa
  • Registro Scolastico
  • Biblioteca
  • Fototeca
  • Agenda
  • Archivio Amici
  • Patente B
  • Geografia Europea
  • Astronomia

Ed è qui che LIA comprende il valore autentico di questa raccolta. Questi floppy non conservano solamente programmi: conservano il modo in cui una famiglia viveva la tecnologia negli anni Ottanta. Ed è proprio questa miscela di videogiochi, studio, lavoro e vita quotidiana a rendere la raccolta molto più interessante di una semplice collezione di giochi.

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