Introduzione:
Al Dumpclub64 abbiamo una certezza condivisa: le storie sono ovunque.
A volte le troviamo dentro un floppy dimenticato in soffitta, dove un file senza nome custodisce un gioco mai finito o un appunto salvato trent’anni fa.
Altre volte sono raccontate a voce, davanti a un monitor verde fosforescente, mentre qualcuno ricorda com’era passare i pomeriggi a copiare cassette o a programmare in BASIC.
E poi ci sono le storie che arrivano in modi inaspettati, scritte da mani nuove, fresche, che portano un punto di vista diverso ma perfettamente in sintonia con ciò che ci appassiona: tenere viva la memoria.
Perché sì, al Dumpclub64 non ci limitiamo a preservare software o hardware: noi preserviamo storie.
Le nostre, quelle degli altri, quelle che ci hanno formato e quelle che, ogni tanto, quando riaffiorano, ci stringono un po’ il cuore.
Perché anche un ricordo felice, a distanza di anni, sa portare con sé una malinconia gentile — quella che nasce dal tempo che passa, dalle persone che cambiano, dai momenti che non torneranno più.
Che vengano da un 1541, da una chiavetta USB o da un foglio scritto a matita, per noi hanno tutte lo stesso valore.
Ed è proprio in questo spirito che oggi condivido un racconto particolare, che non nasce da un reperto ritrovato né da un’avventura di retrocomputing.
Nasce invece dalla sensibilità di una giovane autrice che, con la curiosità e l’entusiasmo di chi guarda il mondo con occhi nuovi, ha deciso di raccontare un frammento di storia molto più grande di lei: l’arrivo di una famiglia italiana a Ellis Island nel 1906.
Una storia di speranza, di viaggi interminabili e del caos di una terra straniera.
Il suo testo riesce a restituire emozioni autentiche e vivide, quasi come se quelle scene le avesse viste davvero.
E mentre lo leggevo, ho riconosciuto qualcosa di molto familiare: la stessa voglia di narrare che ogni giorno ci anima, e quella malinconia che accompagna ogni storia di viaggio, quel sentirsi sospesi tra ciò che si lascia e ciò che ancora non si conosce.
A leggerlo oggi, più di un secolo dopo, il tempo sembra un nastro magnetico che ancora gira:
quello che accadeva allora accade, in forme nuove, anche adesso.
C’è chi parte, chi torna, chi incide la propria traccia lontano da casa;
c’è un’Italia che continua a farsi riconoscere per cura, tenacia, inventiva —
e un po’ di malinconia resta sempre, come un retrogusto, quando si mette il proprio talento al servizio di un mondo lontano.
Alla fine, che si tratti di un floppy ritrovato dopo decenni, di un aneddoto raccontato da un amico o di un racconto scritto di getto,
quello che ci tiene uniti è il desiderio di condividere storie che meritano di essere ascoltate.
Per questo sono felice di dire che questa nuova storia viene proprio da vicino:
l’ha scritta mia figlia Carlotta, classe 2006, ed è la sua prima vera introduzione narrativa.
Un piccolo passo, certo, ma pieno di quella sincerità e passione che noi riconosciamo subito quando incontriamo qualcosa che vale —
e sì, anche questo porta con sé una dolce malinconia: vedere crescere qualcuno attraverso le sue parole.
Vi invito a leggerla con calma, immaginando il rumore del porto, l’attesa, la paura, e quella scintilla di coraggio che spinge sempre in avanti.
Che sia un floppy o una pagina, alla fine è sempre la stessa magia: una storia che prende vita.
E prima di chiudere, lasciatemi tessere un ultimo filo tra ieri e oggi.
Se nel 1906 i sogni attraversavano l’oceano in terza classe, oggi viaggiano con strumenti diversi — sensori, dati, reti, missioni scientifiche — ma con lo stesso cuore ostinato, lo stesso bisogno di capire, di costruire, di lasciare un’impronta.
Penso al lavoro del mio amico Emanuele Pallozzi, compagno di passione per la scena Commodore e, nella vita, tecnologo del CNR: misura i segni del clima che cambia — CO₂, composti organici volatili, il respiro delle piante — e li segue fino ai confini bianchi dell’Artico, dove il silenzio sembra una pista di registrazione infinita.
Lì, tra ghiaccio e cielo, Emanuele scrive nuove tracce: raccoglie numeri che diventano conoscenza, custodisce dettagli che salvano memoria, porta l’Italia nel mondo e riporta il mondo a casa.
E c’è qualcosa di profondamente poetico — e malinconico — nel vedere come anche lui, con la stessa cura che mette nella scienza, abbia deciso di tramandare ai posteri i suoi floppy, i suoi ricordi digitali, le sue piccole storie magnetiche: perché la memoria, per restare viva, ha bisogno di essere donata.
Non è forse questo lo stesso gesto, mutato nel tempo?
Partire per capire, tornare per condividere.
Incidere, conservare, tramandare.
Il punto è che le storie cambiano supporto, non destino.
Ieri erano valigie e vapore, oggi sono dataset e missioni polari;
ma il nastro è lo stesso: la volontà di non perdere ciò che conta,
anche quando un po’ di malinconia ci accompagna lungo il cammino.
Buona lettura, e continuiamo a raccontare.
Questa storia nasce da una memoria di famiglia e prende ispirazione da un fatto vero: la nostra trisnonna e suo fratello partirono in nave da Napoli e, dopo un viaggio lungo e coraggioso, raggiunsero Ellis Island.
Nel racconto, i nomi e alcuni dettagli sono stati intrecciati con la fantasia, ma l’emozione è autentica: è la stessa che attraversò l’oceano insieme a loro.
Ellis Island 1906
Pasquale si trovava confuso del perché sentiva urlare “Get them! Get them!” mentre cercava di ritrovare sua madre.
C’era caos ad Ellis Island;
Per molte persone sarebbe stata una semplice giornata di Giugno, con aria fresca e sole che spaccava le pietre, ma Pasquale si trovava in un’altro mondo.
Dopo quindici giorni di navigazione, e prima di essa, tre settimane per arrivare al porto di Genova, Pasquale e sua madre Teresa, si ritrovarono finalmente davanti ad un grande cancello, e molte, moltissime persone.
Pasquale veniva da una famiglia povera, contadini, che dalle Marche si spostarono a Roma a cercare una nuova vita stabile, ma ciò non giovò.
Sua madre, una mattina di Novembre nel 1906 , leggendo Il Messaggiero Italiano vide un messaggio di propaganda che promuoveva l’immigrazione degli italiani in America, fornendo notizie, con frasi patriottiche da parte del presidente Theodore Roosevelt come “We have room for but one flag, the American flag.” “Abbiamo posto per una sola bandiera, la bandiera americana”
Teresa capì subito che fosse necessario partire per dare futuro alla sua famiglia e a suo figlio.
Teresa, insieme a sua Sorella Angela, con doppi turni, pulendo case di ricchi , piatti, e lavorando da Sarte, riuscirono in pochi mesi a mettere più di quattrocentocinquanta lire da parte, con settanta lire in più per avere un posto dove dormire le prime notti dopo lo sbarco.
Lo scopo però era quello di raggiungere la sua amica Marcella, che con l’immigrazione del 1901, si era stabilita ad Erie, in una piccola città in Pennsylvania, al confine del grande “Granary of the Empire” ossia “Granaio dell’Impero” cioè il Canada.
Marcella, nelle lettere che aveva mandato a Teresa, raccontava di grandi campi, di fabbriche che cercavano operai e di strade dove si sentiva parlare italiano quasi quanto nelle piazze dei paesi d’origine.
Scriveva che, anche se la vita non era facile, in America ogni uomo disposto a lavorare poteva costruirsi qualcosa.
Per Teresa quelle parole erano diventate una speranza.
Così, dopo mesi di duro lavoro, Teresa, Pasquale e Angela partirono.
E adesso, dopo settimane di viaggio e di speranza, si trovavano lì.
Pasquale era fermo tra centinaia di persone davanti al grande cancello di ferro di Ellis Island.
Fu allora che sentì di nuovo quelle urla.
“Get them! Get them!”
Pasquale non capiva quelle parole, ma il tono era abbastanza chiaro da farlo gelare sul posto. Alcuni uomini in uniforme si muovevano velocemente tra la folla, indicando delle persone e spingendole verso un lato e altre verso un’altro.
Tra spinte, e urla, in un attimo, Pasquale si ritrovò solo, senza sua Madre e senza sua Zia.
Era perso, si sentiva perso.
Guardandosi intorno, vide una “Stazione” o almeno così pensava, dato l’incapacità di leggere.
Gli andò incontro, chiedendo aiuto ad un tizio in uniforme “Signu, avéte vist’ la mi’ mamma?” continuando “Quarcù ha vist’ la mi’ mamma?”
Egli si limitò a rispondere “Go away Kid.” “Vai via ragazzino.”
Pasquale, rimase fermo per un attimo. Non capiva quelle parole ma il messaggio era abbastanza chiaro;
Si guardò ancora per una volta intorno ma capii di essere solo, fino a quando qualcuno gli tocco la spalla.
In quel momento, dall’altra parte di Ellis Island, Teresa stava vivendo un incubo non meno terribile.
“Pasqual’ !” aveva gridato voltandosi di scatto.
“Avéte vist’ mi’ fijju?” chiese ad una donna accanto a lei.
Ma nessuno sembrava capire.
Poi però, tra la folla e il frastuono Teresa vide il cappello di Pasquale attraverso una Rete, e accanto a lui, c’era Angela, che le sorrideva per rassicurarlo. In quel momento, capii che tutto sarebbe andato bene, e che finalmente erano di nuovo riuniti.
Carlotta Lanciotti @2026
Così, tra vecchi floppy e missioni nell’Artico, il filo non si spezza: cambia solo il paesaggio.
La memoria passa di mano in mano, di formato in formato, ma continua a raccontare la stessa cosa — il desiderio umano di capire il mondo e di non lasciare che le tracce del nostro passaggio svaniscano.
Forse è proprio questo il senso più profondo di tutto: conservare non è soltanto archiviare, ma prendersi cura delle storie.
Che siano incise su un disco magnetico, annotate in un quaderno di laboratorio o raccolte tra i ghiacci del Nord, restano frammenti di un viaggio più grande. E in fondo ogni viaggio, prima o poi, diventa memoria.
Sta a noi decidere se lasciarla dissolvere nel tempo — oppure salvarla, e offrirla a chi verrà dopo.


Elenco dei titoli preservati:
Il presente articolo è da considerarsi in aggiornamento: la catalogazione e la verifica completa del materiale richiederanno ancora tempo. Abbiamo comunque scelto di condividere fin da subito il link per il download delle immagini disco recuperate, nella convinzione che l’accesso e la condivisione siano parte integrante della conservazione. Alcuni file potrebbero risultare non funzionanti o incompleti: si tratta di limiti inevitabili quando si lavora su supporti magnetici deteriorati dal tempo. Ogni segnalazione, riscontro o contributo sarà prezioso per continuare questo lavoro di recupero e memoria.
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