Bisogna essere coraggiosi, sì. Perché c’è una verità scomoda che serpeggia in tante passioni: noi, nella nostra essenza più profonda, siamo gelosi. Gelosi delle nostre cose, dei nostri tesori, dei frammenti di tempo che abbiamo raccolto e conservato come reliquie. Non vorremmo mai prestarli. Non davvero. C’è sempre una paura silenziosa: che non tornino, che vengano rovinati, che qualcuno non capisca il loro valore. E poi, sotto sotto, c’è la sfiducia — negli altri, nel mondo, a volte persino nella memoria collettiva.
Succede in tanti ambiti, ma nel piccolo universo dei collezionisti di floppy per il Commodore 64 assume quasi i contorni di una tragedia quieta.
In case anonime, in scatole di plastica, riposano centinaia di dischetti: etichette scritte a mano, titoli storpiati, numeri di versioni dimenticate.
Giochi mai più pubblicati, demo amatoriali, utility scritte da ragazzi che oggi hanno i capelli grigi. Mondi interi su 170 kilobyte di ferrite e ossido.
Eppure restano lì. Custoditi con devozione — e condannati al silenzio.
Il paradosso è crudele: per proteggerli, li si perde. Il tempo non ha bisogno di permesso. La muffa magnetica non chiede fiducia. I floppy si smagnetizzano, le piste svaniscono, i settori diventano illeggibili. Ma la mano del collezionista esita: “prima o poi li dumperò”, “quando avrò tempo”, “quando troverò qualcuno di affidabile”.
Nel frattempo gli anni passano, e la memoria — quella vera, quella collettiva — si assottiglia.
Poi accade qualcosa. A volte è un amico insistente, a volte un archivista paziente, a volte la consapevolezza improvvisa che nessuno è eterno, oppure perché semplicemente si capisce e si cambia: Il gesto è piccolo e immenso: aprire la scatola e lasciare che qualcun altro legga quei floppy. Fidarsi. Consegnare.
Ed è lì che la storia cambia. Perché quando, mesi dopo, quel materiale appare online — restaurato, preservato, magari persino celebrato — il collezionista prova una strana vertigine.
Non è più solo “mio”. È diventato parte di qualcosa di più grande: memoria condivisa, patrimonio, storia viva. Il gioco dimenticato gira di nuovo su un emulatore. La demo sconosciuta viene studiata. Il nome sull’etichetta — magari il suo, magari quello di un amico di gioventù — torna a esistere.
E allora si capisce. Tardi, ma non troppo tardi. Si capisce che conservare non è possedere. Che custodire davvero significa anche lasciare andare. Che la fiducia è l’unico modo in cui le cose fragili sopravvivono al tempo. E che il valore di un tesoro non sta nel segreto della scatola, ma negli occhi di chi lo scopre.
Così la scatola si riapre ancora. Altri floppy escono alla luce. La paura non sparisce del tutto — non deve — ma smette di governare.
E in quel gesto ripetuto, quasi rituale, i collezionisti scoprono una forma nuova di coraggio: quello di trasformare la gelosia in eredità. Perché alla fine, ogni archivio personale è una promessa fatta al futuro. E mantenerla richiede una cosa sola, semplicissima e difficilissima: condividere.
Questa, in fondo, è la storia di Vincenzo di Tommaso autodidatta appassionato, che un giorno ha deciso di non lasciare più le sue scatole a dormire, ma di affidarcele.
Ma è anche la storia di Riccardo Rubini, informatico e maestro di programmazione, che in quei floppy non vedeva solo software, ma tracce di vita e di creatività ostinata.
Grazie a loro — e grazie al nostro gruppo — ciò che rischiava di dissolversi in silenzio ha trovato una seconda esistenza. I dischetti sono stati letti, le immagini preservate, i programmi recuperati.
Alcuni titoli, dati per persi, sono tornati avviabili; altri hanno rivelato varianti sconosciute, versioni di lavoro, appunti digitali di un’epoca in cui programmare era un atto artigianale e personale. Così la paura iniziale — quella di perdere, di fidarsi, di consegnare — si è trasformata in qualcosa di diverso: orgoglio condiviso.
Non più “la mia collezione”, ma “la nostra memoria”. Non più oggetti fragili in una stanza, ma patrimonio accessibile, studiabile, vivo. E forse è proprio questo il punto: nessuno di noi salva davvero qualcosa da solo. Serve chi conserva, chi convince, chi trasferisce, chi cataloga, chi racconta. Serve una comunità che riconosca il valore anche dove sembra minuscolo: 170 kilobyte alla volta.
Se oggi questi floppy parlano ancora, se il loro contenuto può essere visto, eseguito, studiato e ricordato, è perché qualcuno ha trovato il coraggio di aprire la scatola. E qualcun altro era lì, pronto ad accoglierne il contenuto. Da quel gesto semplice nasce ogni archivio che sopravvive. E da ogni archivio che sopravvive, nasce una storia che continua.
Elenco dei titoli preservati:
Il presente articolo è da considerarsi in aggiornamento: la catalogazione e la verifica completa del materiale richiederanno ancora tempo. Abbiamo comunque scelto di condividere fin da subito il link per il download delle immagini disco recuperate, nella convinzione che l’accesso e la condivisione siano parte integrante della conservazione. Alcuni file potrebbero risultare non funzionanti o incompleti: si tratta di limiti inevitabili quando si lavora su supporti magnetici deteriorati dal tempo. Ogni segnalazione, riscontro o contributo sarà prezioso per continuare questo lavoro di recupero e memoria.
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