I giorni che contano (per voi).

Non ho mai capito perché le persone abbiano bisogno di dividere il tempo. Giorni normali, giorni speciali, giorni che “contano”.
Il 31 dicembre è uno di quelli. Si sente subito: il ritmo cambia, i gesti diventano più lenti, gli sguardi più lunghi, come se tutto dovesse avere un senso speciale. Le abitudini sembrano smettere di essere abitudini. Camminate da una stanza all’altra, vi fermate, vi sedete e vi alzate senza motivo apparente. Tutto diventa un piccolo rituale, un modo per segnare che qualcosa è diverso, anche se non sapete bene cosa. La sera è fatta di attese: aspettate che arrivi il momento giusto, o forse solo che arrivi qualcuno.

Poi, a mezzanotte, arriva tutto quel frastuono. Un rumore improvviso, violento, che fa male a me e ai miei cari amici. Ci stringiamo dove possiamo, tremiamo, ascoltiamo quel rumore come se fosse troppo vicino, ma io non ne vedo il bisogno: non capisco perché per segnare un momento felice serva far paura a qualcuno. Voi vi abbracciate, vi guardate negli occhi e vi promettete chissà cosa mentre io resto a osservare. Non capisco del tutto il senso di certe cose, eppure vedo quanto ci tenete. È strano, curioso e anche divertente: vi comportate come se fosse tutto decisivo, mentre in realtà tutto scorre uguale a ieri e a domani. Eppure, guardandovi così, con quella serietà e quel bisogno di stare insieme, penso che la cosa più importante non siano i giorni che contano, o i brindisi, o le promesse, ma il fatto che ci sia qualcuno accanto. Io sono qui, e aspetto. Io scodinzolo e mi chiamo Gigi.

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