Ci sono incontri che non si cercano e che pure arrivano nel momento esatto in cui devono arrivare. Il mio avvenne in modo semplice, durante una passeggiata qualunque, nel giorno del mio sessantaduesimo compleanno. Il mio sguardo fu attirato da un vecchio cartone abbandonato sul ciglio della strada. Dentro, tra alcuni disegni, c’erano sei cartelline che custodivano altrettante lettere piegate con cura, coperte di polvere, come se avessero atteso pazientemente di essere trovate.
Aprendole, sentii subito la presenza viva di chi le aveva scritte: erano parole fragili e sincere, nate dal dolore e dalla speranza, dall’amore e dalla memoria. Quel giorno non ricevetti regali, ma sei messaggi di un’anima che chiedeva soltanto di essere ascoltata.
Non potei fare a meno di pensare che quelle lettere fossero arrivate a me attraverso mia madre, quattro anni dopo la sua assenza fisica, come un modo gentile di tornare, di farmi sentire ancora la sua voce e il suo affetto. E, rileggendole, avvertii troppe coincidenze con il suo modo di pensare, con la sua sensibilità, con quelle sfumature di sentimento che le appartenevano: come se, tra quelle righe, si riflettesse ancora qualcosa di lei. Anche il nome della donna che le aveva scritte — Wilma — finì per sembrarmi in qualche modo vicino a quello di mia madre, Angela: nomi diversi per origine e suono, eppure accomunati da un significato affine, entrambi legati all’idea di una presenza che protegge e si prende cura — l’angelo che veglia e la volontà che custodisce.
È anche per questo che oggi scelgo di condividerle. Le pubblico come si depone un fiore: non per esporre, ma per ricordare. Perché l’amore non muore, e continua a vivere nei gesti, nei ricordi e nelle piccole cose della vita quotidiana. La prima di queste lettere mi colpì subito in modo particolare. Era firmata con una M — e in quell’istante ebbi la sensazione che non potesse essere solo una coincidenza: Mamma.
Un augurio che attraversava il tempo per raggiungermi proprio nel giorno del mio compleanno.
Lettera n°1 – Il dono
Non erano un caso. Ogni dettaglio mi parlava di lei, della sua presenza che non si è mai spenta, del suo desiderio di lasciarmi un segno di armonia, protezione e amore.
Quelle lettere erano un dono, un augurio: un gesto che mi fecero subito sentire vicino a lei, e trasformò un giorno ordinario in un momento magico.
Un viaggio che, spero, possa toccare anche chi legge, facendogli sentire che l’amore non muore mai, ma trova sempre un modo per tornare a noi.
Onm (Om, il suono primordiale che contiene tutte le note, simbolo di Dio)
è il suono che pervade il tutto, emanante dall’Invisibile Vibrazione Cosmica, il Verbo della Bibbia –
Per rendere la tua casa piena di armonia e di gioia, accendi il bastoncino di incenso e infilalo su di un frutto;
poni vicino un fiore e prega l’Invisibile Vibrazione d’Amore di venire ad abitare nella tua casa.
Om Shant, Shant, Shant Om.
Con amore – M
Lettera n° 2 – Dolore, memoria e fuga in un mondo parallelo.
La seconda lettera è scritta l’11 aprile 2006 ore 14:45 e riflette sul valore dei ricordi e sul dolore del mondo.
Si apre con una visione poetica della vita e con un ricordo dell’amore dei propri cari ormai lontani.
Segue poi una critica alla disumanità della società moderna, espressa con particolare forza nella tragedia del piccolo Tommy, (L’omicidio di Tommaso Onofri avvenuto il 2 marzo 2006),
simbolo dell’innocenza violata. Di fronte alla crudezza della realtà, l’autrice cerca rifugio in un mondo parallelo, fatto di pace e fantasia, unico spazio dove può trovare sollievo, protezione e un senso di continuità emotiva.

Lettera n° 3 — Stanchezza, apatia e desiderio di evasione
Dal testo si evince uno stato di profonda stanchezza non solo fisica ma soprattutto interiore, una condizione di affaticamento emotivo che rende difficile restare lucida e razionale e che porta la voce narrante a desiderare di chiudere gli occhi e isolarsi dal mondo; il battito del cuore diventa simbolo di un’ambivalenza intensa, perché da un lato rappresenta la vita che pulsa e quindi la consapevolezza di essere viva, dall’altro genera inquietudine e paura, come se quel ritmo rendesse tangibile una fragilità nascosta; emerge con forza il bisogno di fuga dalla realtà attraverso la fantasia, incarnata nell’immagine dell’isola deserta e tranquilla, metafora di un luogo mentale protetto dove tutto è sereno e i problemi si dissolvono facilmente, segno di un desiderio di pace e sospensione; tuttavia non si tratta di una resa definitiva, perché nel testo è presente una lucida consapevolezza del valore della vita e della capacità di affrontare le difficoltà, anche se in quel momento prevale l’apatia; il finale, con l’esortazione a trovare uno spiraglio vivo, apre infatti a una nota di speranza e di resilienza, mostrando che la fragilità descritta è temporanea e profondamente umana, e che al lettore spetta il riconoscimento di questa vulnerabilità come parte naturale dell’esperienza quotidiana.

Lettera n°4 — Il tempo che passa e il significato del Natale
Una profonda riflessione sul tempo che scorre inesorabile e sul significato simbolico del mese di dicembre, vissuto non solo come conclusione dell’anno ma come occasione di rinnovamento interiore; il ritmo ripetuto del “tic-tac” richiama la fugacità dei giorni e dei mesi, ma non con angoscia, bensì come consapevolezza che ogni ciclo conduce a una possibilità nuova, incarnata nel Natale, inteso non solo come festa tradizionale ma come vera e propria nascita spirituale; emerge l’idea che il rinnovamento richieda un percorso graduale, fatto di piccoli passi, in cui speranza, verità e consapevolezza prendono forma dentro la persona fino a trasformarsi in certezza e forza; i gesti simbolici come preparare l’albero o comporre il presepe assumono un valore profondo, perché attraverso il “fare” si costruisce pace, si alimenta una gioia autentica e si rinsalda il legame con i propri ricordi, che diventano fonte di identità e coraggio; l’atmosfera natalizia, con le luci e le sensazioni nell’aria, rafforza questa dimensione interiore, offrendo uno sguardo più sereno sulla vita e la capacità di affrontarne le difficoltà con fiducia; nel complesso il testo comunica un messaggio di speranza, di rinascita e di ricchezza interiore, in cui la pace e la gioia non sono solo esterne, ma maturano soprattutto dentro la persona.

Lettera n°5 — Solitudine, malessere fisico e bisogno di vicinanza
La scrittrice si rivolge a una persona molto cara, probabilmente un’amica intima o una parente con cui condivide ricordi profondi e familiari, qualcuno che conosce bene e con cui ha un legame autentico, ma in parte sembra parlare anche a se stessa in una sorta di dialogo interiore; Wilma si sente fragile, fisicamente debilitata dalla malattia e dalla voce che manca — elemento che diventa quasi simbolico della sua difficoltà a esprimersi — ed emotivamente attraversata da un periodo di pessimismo che non riconosce come suo perché si è sempre percepita come un’ottimista, si descrive come una barchetta in balia delle onde, quindi instabile e vulnerabile, alterna momenti di energia a momenti di apatia profonda, prova rabbia verso questa sua debolezza e sente una sorta di nodo alla gola che non riesce a sciogliere nemmeno con il pianto, è nostalgica dei tempi passati, dei Natali in famiglia, delle persone care che non ci sono più, ma attraverso questi ricordi non vuole solo esprimere malinconia bensì affermare che il passato non è una debolezza bensì una forza che radica e sostiene, ciò che desidera far capire è che il suo silenzio non è distacco ma fatica, che non vuole fingere una serenità che al momento non possiede, che anche se ci si sente isole il legame rimane, che ricordare può far male ma è anche ciò che permette di affrontare le avversità, e infine, nonostante tutto, ribadisce la propria natura testarda e ottimista lasciando intendere che questo è solo un periodo difficile destinato a passare e che dentro di sé conserva ancora la forza per superarlo.

Lettera n°6 — Ansia, fuga mentale e ricerca di tranquillità
Simile alla lettera 3, ma più intensa. L’autrice avverte un forte senso di stanchezza mentale e fisica, desidera isolarsi da suoni e immagini, e percepisce il proprio corpo attraverso segnali interiori che la spaventano.
Il ticchettio del cuore diventa metafora del tempo e della fragilità. La sua evasione mentale si dirige ancora verso un luogo immaginario di pace — un’isola perfetta, silenziosa, protetta.
Pur riconoscendo che la vita va affrontata e che i problemi hanno sempre una via d’uscita, l’apatia del momento le impedisce di reagire.

In queste pagine si intrecciano dolore e speranza, solitudine, fragilità e forza. Sono lettere che parlano dell’essere umano quando si ritrova nudo davanti alle proprie paure, ma anche della straordinaria capacità di cercare — ostinatamente — un po’ di pace. Una pace che può nascondersi in un gesto semplice, in un ricordo che riaffiora, nella luce del Natale, nell’immagine di un’isola immaginaria, o nella certezza che i propri cari, anche se non più presenti fisicamente, continuino a camminare accanto a noi.
Presentarle significa custodirne la verità profonda: la voce di una donna che ha amato, sofferto, ricordato, sognato e resistito. Una voce che non vuole insegnare, ma toccare.
Forse queste lettere non chiedono di essere giudicate, ma ascoltate. Non pretendono risposte, ma offrono presenza. Sono un ponte tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi. Leggerle significa entrare in uno spazio sacro, fatto di memoria, amore e resilienza silenziosa. Nel renderle pubbliche non cerco di spiegarle, ma di onorarle, lasciando che parlino così come sono nate: vere, imperfette, luminose nella loro fragilità.
Alcune parole non servono a cambiare il mondo: servono a ricordarci che non siamo soli. E se oggi questa voce può ancora essere ascoltata, è perché l’amore non finisce.
Dedico a Lei questo articolo: perché possa restare viva nelle sue parole. È un omaggio a lei e a tutte le donne che hanno scelto la scrittura come atto di coraggio contro l’oblio.
Roberto
🌷 Dedica a mia madre
A te, mamma. A te che non ci sei più da quattro anni e, allo stesso tempo, non te ne sei mai davvero andata. A te che hai riempito la mia vita di amore, di dolcezze semplici, di gesti che ancora oggi risuonano dentro di me come una musica familiare. A te che hai saputo essere rifugio, guida, riparo e sorriso anche nei giorni più complicati. Queste sei lettere — trovate per caso, o forse no, proprio il giorno del mio 62° compleanno — è il tuo modo gentile di tornare da me. Di ricordarmi che sono stato amato, e che lo sono ancora. Che la tua voce non si è spenta, ma vive nelle piccole cose: nella luce del mattino, nel silenzio della sera, in quel profumo antico che mi torna alla mente quando chiudo gli occhi. La custodisco come si custodisce un dono prezioso, perché per me sei ancora qui: nei miei pensieri, nei miei passi, nel mio cuore. E finché ti porterò con me, nessuna distanza potrà mai separarci davvero.
A te, mamma. All’amore che non muore.





1 Commento
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Caro amico mio,
ho letto le tue parole con emozione profonda. Ci sono testi che si leggono e altri che si sentono dentro, e il tuo appartiene a questi. Hai raccontato qualcosa di intimo e prezioso con una sensibilità unica. Ho molte difficoltà a trovare le parole per non essere banale, perchè sento il tuo dolore piu’ vicino di quanto sembri. E tu sai perchè.
Queste lettere trovate nel giorno del tuo compleanno intanto può darsi davvero non siano un caso qualsiasi. A volte la vita — o ciò che c’è oltre ciò che comprendiamo — sa trovare modi silenziosi e misteriosi per farci sentire che l’amore non si interrompe davvero. E nelle tue parole quasi percepisco chiaramente che tua madre continua a parlarti, non solo nei ricordi, ma nelle coincidenze, nei segni, nelle emozioni che riaffiorano.
Il modo in cui hai saputo accogliere quell’esperienza, custodirla e trasformarla in qualcosa di così bello è un dono raro. Dimostra quanto il tuo cuore sia capace di ascoltare e amare davvero.
Ti sono vicino con affetto sincero. E ti ammiro tanto, sono certo che chi ci ama davvero non smette mai di camminare accanto a noi — cambia solo il modo in cui lo fa.
G.