Incubi

Il silenzio si fece fitto e opprimente, quasi tangibile come fumo denso che avvolge ogni cosa, soffocando anche il respiro più lieve. Il buio calava lento, un mantello pesante che inghiotte ogni certezza e confonde la mente, spingendola a scavare negli abissi più oscuri, dove restano confinate le paure più profonde e vischiose. Anche con gli occhi serrati, la paura rimaneva sveglia, un’ombra incessante, pronta a divorare ogni brandello di pace.

Ero su quella rupe altissima, sospeso tra cielo e abisso, sulla cima di una torre di pietra circolare, fragile sentinella nel vuoto gelido. Un muretto basso e insignificante cercava di trattenere l’inevitabile, una barriera sottile contro l’orrore che si apriva oltre il bordo. Davanti a me, sull’altra montagna, un castello ardeva. Ma non era un incendio qualunque. No, quel fuoco era una condanna sussurrata, lenta e spietata, una fiamma che consumava senza fretta, come se bruciasse l’anima stessa del tempo. Il fumo si alzava dritto, impeccabile e perfetto, poi ricadeva, denso e nero, avvolgendo la vallata sottostante come un’onda di tenebra che risucchiava ogni speranza. Quel fumo era la morsa della distruzione, la nebbia maligna che rivendica tutto ciò che rimane. Sembrava lo spirito biblico che incrociò l’Egitto nella notte più oscura, mietendo silenzioso i primogeniti nel sonno, o un flusso piroclastico, un mostro inarrestabile, devastante nella sua furia muta.

Non ero solo in quella visione infernale. Attorno a me, altre figure immobili, pietrificate in un silenzio carico di terrore assente. Nessuno parlava, nessuno urlava: tutti con i telefoni stretti nelle mani, fissavano lo spettacolo come condannati a osservarlo solo attraverso uno schermo, incapaci di reagire se non filmando, cercando l’inquadratura perfetta come fosse l’unica ancora di salvezza. Lo sguardo vuoto, la ossessione digitale che divora la realtà.

Mi voltai di scatto e vidi due sconosciuti, aggrappati col fiato sospeso oltre il parapetto, appendendo la loro fragile esistenza a una sola mano. Anche loro registravano, impassibili, calmi come anime perdute in trance, specchi muti nell’abisso. Il vuoto li chiamava a sé, un abisso senza fine che li inghiottiva a ogni istante. Il loro sguardo, stranamente sereno, sembrava rispondere a un richiamo antico. E io, divorato dal panico, urlai con tutta la forza disperata: “Ma che cazzo fate?! Così vi ammazzate!”. Ma quella furia si dissolse nel nulla, parole perse nel vento gelido che mi avvolgeva. Loro non risposero, non si muovevano, incatenati in uno stato catatonico dal quale non potevo tirare via nemmeno un minimo frammento.

Poi, le dita cedettero.

Il silenzio si ruppe nel vuoto e caddero. Lenti, implacabili.

In quella caduta, si voltarono verso di me. Alzarono gli occhi al cielo — e per un breve, agghiacciante istante, i nostri sguardi si incrociarono. Non c’era paura, solo una pace profonda, una consapevolezza totale che sconfina nel sublime. Non urlavano, non si contorcevano nel panico. Cadevano silenziosi, abbracciando il vuoto come un vecchio amico.

Il primo sparì in un pozzo mostruoso, un abisso innaturale, un insieme di pozzi concentrici — più piccoli dentro più grandi — una spirale oscura senza fine, che divorava ogni cosa senza lasciare traccia. Lì dentro il silenzio era totale, rotto solo da un piccolo spruzzo di fango che testimoniava la scomparsa, come se quella vita non fosse mai esistita davvero.

Il secondo si schiantò al suolo con un tonfo secco, disperdendosi in mille frammenti sul marmo freddo. Il suo corpo si polverizzava con la fragilità di un ricordo spezzato dal vento. Eppure, a terra, il cappello bianco che indossava rimase intatto, immacolato, come una firma lasciata consapevolmente, il segno indelebile di chi vuole essere ricordato anche nell’oblio.

Mi risvegliai di colpo, il cuore che martellava nel petto come un tamburo impazzito, ogni battito un colpo assordante nella notte silenziosa. Il sudore mi bagnava la pelle, gelido, un fiume che scivolava lungo la schiena, mentre le immagini, quei volti — così sereni e ormai perduti — continuavano a danzare davanti ai miei occhi chiusi, trascinandomi ancora e ancora in quell’abisso senza fondo.

Quegli incubi non sono solo mostri da cui fuggire. No, sono grida dal profondo, richiami senza voce che mi costringono a piegarmi davanti a verità che fingo di non vedere. Mi spingono a confrontarmi con ciò che ho nascosto, con ciò che sto lasciando andare, pezzi di me stesso che si consumano lentamente, come carbone allora cenere, sotto le fiamme di un fuoco invisibile e inesorabile.

Quel fuoco — lento, crudele, inesorabile — bruciava ciò che non poteva più essere salvato. Ma lo faceva con un tempo che sembrava una beffa, concedendomi il dono amaro di guardare negli occhi la fine. Era un confronto feroce, una scelta che si apriva davanti a me come un abisso: aggrapparmi a ciò che non esiste più, o lasciar andare, accettare la perdita e permettere alle fiamme di divorare il peso che mi schiacciava.

Perché questa è la verità che nessuno ti dice: a volte il coraggio più grande non sta nel resistere, ma nel lasciar andare. Nel permettere al dolore e alla paura di bruciare fino a ridurli a cenere. Solo dopo, svuotato dal passato e dalla sua morsa, puoi davvero camminare libero, verso un orizzonte che ancora non conosci.

E io, quella notte, ho capito che per andare avanti dovevo accettare di diventare cenere.

RL

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