Capocotta, il regno invisibile del Divino

Ci sono luoghi che non compaiono sulle mappe. Luoghi che vivono nei ricordi, nei racconti, nei silenzi condivisi sotto un cielo d’estate. E ci sono persone che non appartengono al tempo. Persone nate di un’altra sostanza: fatte di vento, di sale, di luce. Non sono eroi né santi. Sono custodi. Custodi di un modo di stare al mondo che non si insegna, ma si incarna.

L’animo umano è una terra vasta e misteriosa, abitata da desideri che spesso non sappiamo nominare. C’è chi nasce per costruire, chi per proteggere, chi per amare, chi per distruggere. Eppure, tutti siamo chiamati. Chiamati a un compito, a un gesto che ci definisce. A volte ci raggiunge come un sussurro, altre come un urlo nel vento. Ma quando lo riconosciamo, la vita smette di essere una sequenza di giorni e diventa una storia. Una storia che lascia traccia.

Felice era uno di questi. Non ha cercato il potere né la gloria: ha trovato il suo regno in un angolo di mondo dimenticato e lo ha governato con il cuore.

Negli anni ’80 ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con lui, Felice Giannotti — per tutti noi della Bimospa semplicemente “Felicetto”. Non era un lavoratore modello: malattie e ritardi lo accompagnavano spesso, complici il suo spirito libero e quel fuoco interiore che già allora bruciava forte. Viveva in una baracca a Capocotta, senza acqua né luce, ma con un sorriso che non ho mai più rivisto su nessun volto.

Io e i miei colleghi, poco più che diciottenni, andavamo spesso a trovarlo. Ricordo il caffè preparato con mezzi di fortuna, il profumo del mare che si mescolava alle sue parole leggere, capaci di trasformare ogni difficoltà in avventura. Felice era felice davvero, delle piccole cose, e questo lo rendeva unico.

Non ha mai chiesto nulla, se non una sola cosa: essere libero. Libero da compromessi, libero da catene invisibili, libero di restare se stesso. È stato questo desiderio a renderlo speciale. Non ha mai taciuto di fronte all’ingiustizia: ha combattuto la mafia sulle spiagge, pagando a caro prezzo la sua scelta di rimanere pulito. Gli hanno incendiato più volte la baracca, anche di notte, mentre dormiva. È stato picchiato, minacciato, deriso. Ma non ha mai smesso di lottare, né di sorridere.

E ciò che porto con me non è solo il suo coraggio, ma la sua dolcezza. Quel sorriso disarmante dopo una notte passata al gelo. Quel gesto semplice di offrirti un bicchiere d’acqua o un pezzo di pane anche quando lui aveva meno di te. La sua era una forza gentile, capace di farti sentire bene persino in mezzo alla polvere e alla sabbia.

La sua vita somigliava a un film: carne e sangue, dolore e speranza, ribellione e poesia. Per questo credo che la sua storia meriti di essere raccontata sul grande schermo. Felicetto non è stato solo un uomo: è stato un esempio. E io, ancora oggi, ricordo la cosa più semplice e più grande — il suo sorriso che scaldava l’anima.

Il suo trono era la sabbia di Capocotta. Chiunque varcasse quel confine invisibile entrava nel suo mondo: un universo di libertà, di sorrisi, di storie sotto il sole, tra le onde e la salsedine. Felice conosceva tutti, e tutti conoscevano lui. Bastava uno sguardo per sentirsi parte della sua comunità.

Capocotta era un territorio dell’anima, senza confini né leggi scritte. Ma chiunque ci sia stato lo sa: lì, un Re c’era. E si chiamava “Il Divino”.

Lo chiamavano così non per vanità, ma perché nessun altro nome poteva contenerlo. Capelli lunghi e biondi che ondeggiavano al vento, fisico asciutto da bagnino greco, abbronzatura color tabacco. Quando sorrideva, persino le onde parevano fermarsi per ascoltarlo.

La sua vita era già leggenda: orfano di guerra, cresciuto in collegio dai salesiani, studente di Psicologia, poi operaio alla Bimospa, finché il mare lo ha reclamato. Ha scelto “il buco”, come lo chiamava lui: quel vuoto pieno di tutto, dove si diventa sabbia, albero, uccello. Dove si diventa Capocotta.

Non era un caso: da epoca romana queste spiagge custodivano culti di rinascita e libertà. E Il Divino, come un sacerdote laico, ogni estate celebrava il rito della bellezza semplice. Il suo trono non era di marmo, ma di sabbia. Il suo potere non era imposto, ma riconosciuto.

Dopo gli sgomberi feroci degli anni ’80, lui non fuggì. Ogni giorno ripuliva l’arenile con le mani, nel ’92 aprì il suo chiosco, l’Harem: un luogo di bibite e visioni, dove parlavi con alberi e sabbia finché ti sembrava di farne parte anche tu.

Intorno a lui, Capocotta era un teatro: Il Battello Ubriaco per gli intellettuali più eccentrici, Zagaja per i trans, Gavino per i gay, Attila per le lesbiche. C’era tutta Roma, quella viva e curiosa. La notte, feste sulla spiaggia come in un film di Fellini.  I rave party erano ancora da inventare e in quelle feste tra le dune scorreva alcol a fiumi e la gente famosa si mescolava agli sconosciuti. E poi c’era Felice, “Felicetto”. Un altro spirito libero, meno teatrale ma altrettanto autentico. Combatteva con l’arte, costruendo architetture visionarie con materiali di fortuna: polene di Cinecittà, cancelli da set cinematografici, palme trasformate in docce. Le sue opere comparivano nelle guide turistiche, e lui le guardava come figli. Felice e Il Divino non erano amici nel senso comune. Erano fratelli di sabbia: due facce della stessa medaglia. Uno più lieto, l’altro più teatrale, entrambi custodi di Capocotta.

Oggi non torno più lì. Ma il suono delle feste vibra ancora nell’aria, come un’eco che mi riporta alla giovinezza. Sento il sorriso di Felice che mi scalda l’anima, e vedo la sagoma del Divino tra le dune, profetico, nudo, a parlare con gli uccelli e con le onde. Capocotta non dimentica. Il Re resta lui, Il Divino, con accanto Felice, il suo cavaliere gentile. Insieme hanno fatto della libertà una religione e della spiaggia un altare.

Felice è scomparso martedì 5 agosto 2025, all’età di 84 anni, dopo mesi segnati da ospedali e riabilitazione. E’ sepolto nel cimitero di Ostia Antica. Se n’è andato troppo solo, per un uomo così gioioso e di cuore grande. Eppure il destino lo ha voluto silenzioso nell’ultimo tratto del cammino, quasi a custodire dentro di sé quella leggerezza che aveva saputo donare a tanti.

Se Felice potesse leggere oggi tutti gli articoli che gli sono stati dedicati dopo la sua morte, sorriderebbe piano e direbbe:
“A me non piaceva stare al centro, e non mi sarei mai aspettato tutta questa attenzione: io ho scelto solo di vivere così, libero e onesto. Ma se queste parole servono a ricordare che la libertà è una cosa seria, allora va bene. Basta che non mi fate santo: io ero solo uno che voleva vivere leggero, con il mare davanti e la coscienza pulita. Se qualcuno, leggendo, si ferma un attimo a respirare, a guardare il cielo, a parlare con la sabbia… allora sì, mi avete capito.”

E poi, come sempre, si sarebbe alzato, avrebbe abbracciato tutti e sarebbe tornato a camminare tra le dune. Nudo, libero, eterno.

RL

Crediti: foto copertina di Maria Cinzari

Condividi la tua opinione