Forse avete già sentito parlare dell’equazione di Drake, un’affascinante formula matematica elaborata nel 1961 dall’astrofisico Frank Drake, con l’intento di stimare il numero di civiltà extraterrestri intelligenti potenzialmente presenti nella nostra galassia, la Via Lattea. Più che una previsione scientifica rigorosa, l’equazione fu concepita come uno stimolo al dibattito nell’ambito del neonato Progetto SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), dedicato alla ricerca di segnali di vita intelligente oltre la Terra. L’equazione mette in relazione variabili come il tasso medio di formazione di nuove stelle, il numero medio di pianeti per sistema stellare, la probabilità che tali pianeti ospitino condizioni favorevoli alla vita, e altri fattori legati all’evoluzione tecnologica e alla durata di una civiltà comunicativa. Applicando questa formula alla sola Via Lattea, anche nelle stime più prudenti, emergono numeri sorprendenti: almeno 12.600 civiltà intelligenti potrebbero esistere oltre la nostra. Escludendo la Terra, ciò significa che potremmo condividere la galassia con altre 12.599 forme di vita avanzate. E questo è solo l’inizio.
L’universo osservabile conterebbe circa 200 miliardi di galassie, e se ognuna di esse contenesse un numero simile di civiltà, ci troveremmo di fronte a una cifra vertiginosa: 2.520.000.000.000.000 possibili società aliene. Un numero talmente gigantesco da risultare quasi incomprensibile per la mente umana. Incredibile, vero?
Ed è proprio qui che entra in scena il celebre “paradosso di Fermi”: se l’universo brulica di vita intelligente, perché non ne abbiamo ancora trovato traccia? È una domanda che ha alimentato infinite teorie, dalle ipotesi scientifiche più rigorose alle speculazioni più misteriose e affascinanti. Una di queste riguarda un incontro singolare, leggendario quanto controverso, avvenuto — secondo alcuni racconti — nel cuore dell’estate del 1961: un presunto contatto tra Papa Giovanni XXIII e una misteriosa entità aliena nei giardini di Castel Gandolfo. Realtà, leggenda o suggestione postuma? Quel che è certo è che la storia continua ad affascinare. E oggi la ripercorriamo insieme.
A fronte dell’enorme stima numerica delle civiltà extraterrestri avanzate suggerita dall’equazione di Drake, ci si imbatte in una domanda inevitabile: se davvero l’universo pullula di intelligenze aliene, perché non ne abbiamo alcuna prova tangibile? Le possibili risposte a questo enigma convergono su tre principali ipotesi.
La prima è inquietante: le stime sono semplicemente sbagliate. Potremmo essere completamente soli. A rafforzare questa linea di pensiero interviene la teoria del Grande Filtro, elaborata nel 1998 dall’economista Robin Hanson. Secondo questa visione, una barriera — biologica, tecnologica o evolutiva — impedirebbe alle civiltà intelligenti di svilupparsi pienamente o di sopravvivere a lungo. Questo “filtro” potrebbe trovarsi nel passato (la vita intelligente è quasi impossibile da far emergere) oppure nel nostro futuro (tutte le civiltà tendono ad autodistruggersi prima di potersi espandere e comunicare). In altre parole, tanto più è stato facile per noi arrivare fin qui, tanto più è probabile che il peggio debba ancora venire.
La seconda ipotesi è più prudente ma altrettanto inquietante: non abbiamo ancora gli strumenti per comprendere ciò che vediamo. L’universo, e con esso il fenomeno della vita intelligente, potrebbe essere talmente complesso da sfuggire ai nostri sensi, ai nostri algoritmi, ai nostri telescopi. Forse i segnali sono già qui, ma non siamo ancora capaci di interpretarli.
La terza possibilità, invece, è quella che alimenta da decenni i sospetti e i dibattiti più accesi: le prove esistono, ma vengono nascoste. Secondo i sostenitori di questa teoria, i governi – in primis quello statunitense – sarebbero in possesso di dati, avvistamenti e persino reperti, ma li occultano per evitare il panico sociale, la crisi delle religioni, o più prosaicamente per motivi di interesse e potere. A suffragio di queste accuse, viene spesso citata la lunga lista di programmi di studio ufficiali sul fenomeno UFO, a partire dai famosi progetti Sign, Grudge e Blue Book nel dopoguerra, fino alle più recenti iniziative come l’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program), finanziate con fondi del Dipartimento della Difesa. Emblematico è anche il rapporto rilasciato dall’intelligence americana nel 2021, che ammette l’osservazione di fenomeni aerei non identificati (UAP) non attribuibili né a tecnologia umana né a fenomeni naturali noti.
Anche in Italia il fenomeno ha avuto le sue risonanze. Nel 1978, in seguito a un’ondata di avvistamenti, Giulio Andreotti affidò all’Aeronautica Militare il compito ufficiale di monitorare e analizzare gli oggetti volanti non identificati (OVNI). Ancora oggi, il sito del corpo militare pubblica i dati statistici relativi alle segnalazioni degli ultimi vent’anni. E sebbene il termine “UFO” evochi nell’immaginario collettivo navicelle spaziali e alieni grigi, il suo significato reale è molto più sobrio: indica semplicemente qualsiasi fenomeno aereo non spiegato.
In questo scenario carico di dubbi, reticenze e ambiguità istituzionali, c’è però uno Stato sovrano che ha adottato un atteggiamento inaspettatamente aperto verso il tema: il Vaticano. Pur nella sua tradizionale riservatezza, la Santa Sede, negli anni, ha visto alcune delle sue voci più autorevoli esporsi su questioni legate all’esistenza di vita extraterrestre e alla compatibilità di questa ipotesi con la dottrina cristiana. E fu proprio nel cuore della Chiesa cattolica che, secondo una leggenda sorprendente, si sarebbe verificato uno dei più enigmatici (e discussi) incontri tra un uomo e qualcosa di “altro”: quello tra Papa Giovanni XXIII e gli alieni, nell’estate del 1961.
Castel Gandolfo, estate del 1961. I giardini pontifici sono immersi nel silenzio della sera. Il sole è appena calato dietro le colline laziali, tingendo il cielo di una sfumatura rossastra. È una serata tranquilla, eppure, secondo una testimonianza mai del tutto smentita, qualcosa di assolutamente straordinario stava per accadere.
Papa Giovanni XXIII, il “Papa buono”, si trovava a passeggiare in compagnia del suo assistente personale, monsignor Loris Francesco Capovilla. È a lui che dobbiamo l’unico resoconto diretto di quel presunto incontro, tramandato anni dopo in forma riservata e mai ufficialmente riconosciuta dal Vaticano, ma circolato a lungo in ambienti ecclesiastici e appassionati di fenomeni inspiegabili.
Secondo il racconto, mentre il Papa e il monsignore camminavano nei pressi di una radura, un oggetto luminoso apparve improvvisamente nel cielo, scendendo lentamente fino a posarsi sul prato, a pochi metri da loro. Non si trattava di un aereo né di un elicottero. L’oggetto, descritto come metallico, circolare e silenzioso, emetteva una luce intensa ma non accecante. La scena sembrava uscita da un altro mondo. E, forse, lo era davvero.
Dall’oggetto — così riferisce Capovilla — scesero due esseri. Uno rimase a bordo, l’altro si avvicinò lentamente al Papa. La figura, umanoide ma non umana, era alta, sottile, avvolta da una tunica luminosa. Non parlava, eppure il Pontefice sembrava comprenderla perfettamente, come se la comunicazione avvenisse su un altro piano, mentale, spirituale. Nessuno dei due parlava, eppure, racconta Capovilla, “il Santo Padre si inginocchiò, come colto da un’intensa emozione”.
Il contatto durò pochi minuti. Poi, come era arrivato, l’essere si voltò, tornò al suo veicolo, e l’oggetto si alzò in cielo “in verticale e a grande velocità”, scomparendo nel nulla.
Monsignor Capovilla rimase scioccato, ma Papa Giovanni XXIII, al contrario, appariva sereno. Gli avrebbe confidato poco dopo, con tono pacato:
“I figli di Dio sono ovunque. Anche loro sono Suoi figli, come noi.”
Il racconto, per quanto incredibile, non fu mai divulgato ufficialmente dal Vaticano. Tuttavia, Capovilla — divenuto poi cardinale — lo avrebbe riportato in forma privata a diversi interlocutori negli anni successivi, e il caso è stato successivamente raccolto in libri, documentari e archivi ufologici. Alcuni studiosi ne parlano come di una parabola spirituale, altri lo considerano una delle testimonianze più sorprendenti mai attribuite a un capo religioso di tale levatura.
Ciò che rende questa storia particolarmente affascinante non è soltanto la figura coinvolta, ma il messaggio implicito: l’idea che l’incontro con l’alterità — anche se aliena — non sia necessariamente un’esperienza da temere, bensì un momento di rivelazione, di comunione universale. Per Papa Giovanni XXIII, tutto l’universo era parte della creazione divina, e nulla — nemmeno un essere proveniente dalle stelle — poteva essere estraneo a Dio.
Sebbene la storia di Papa Giovanni XXIII resti senza conferme ufficiali, non è affatto isolata nel panorama vaticano. Il rapporto tra la Chiesa e l’ipotesi della vita extraterrestre si è evoluto nel tempo, abbandonando lentamente l’iniziale diffidenza per abbracciare una visione più aperta e compatibile con la fede.
Uno degli interventi più noti è quello di Padre José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana dal 2006 al 2015. In un’intervista rilasciata all’“Osservatore Romano” nel 2008, dichiarò:
“È possibile credere in Dio e negli alieni. Non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Se ci sono altri esseri intelligenti, non sono nostri rivali, ma parte della creazione.”
Nel 2014, lo stesso Papa Francesco, durante un’omelia a Santa Marta, si lasciò andare a una riflessione inaspettata, affermando:
“Se domani arrivasse un’armata di marziani, e alcuni di loro venissero da noi… verdi, con il naso lungo e le orecchie grandi, e uno dicesse: ‘Voglio il battesimo!’… Chi siamo noi per chiudere le porte?”
Parole pronunciate con tono pastorale, certo, ma che aprono una prospettiva teologica interessante: l’universalità della salvezza cristiana, estesa persino a creature non terrestri.
Già in precedenza, Papa Benedetto XVI si era espresso con prudenza ma apertura, sottolineando l’importanza del dialogo tra scienza e fede nella comprensione dell’universo.
Durante una visita alla Specola Vaticana, parlò dell’esplorazione cosmica come di una “straordinaria occasione per riflettere sul mistero del Creatore”.
E tornando indietro, Papa Pio XII — pur in un’epoca in cui il dibattito sugli UFO era ancora agli inizi — aveva espresso nel 1952 il seguente pensiero in un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze:
“L’uomo non deve temere ciò che può scoprire nello spazio. Ogni scoperta, ogni vita, ogni mondo, rientra nel piano della Provvidenza divina.”
Queste affermazioni, disseminate nel tempo, mostrano un fatto chiaro: il Vaticano non esclude affatto l’esistenza di altre forme di vita intelligenti, e anzi la considera compatibile con la dottrina cristiana, laddove si riconosca Dio come creatore di tutto ciò che esiste.
Forse, allora, l’incontro di Giovanni XXIII non fu solo leggenda o suggestione, ma una parte — celata o simbolica — di una riflessione più ampia: quella che unisce l’infinito dello spazio all’infinito dello spirito.
Per comprendere davvero l’apertura del Vaticano verso l’ipotesi della vita extraterrestre, è utile ricordare che la Chiesa cattolica ha da secoli un rapporto profondo, per quanto complesso, con l’astronomia. Se è vero che il caso Galileo è stato per lungo tempo l’emblema di uno scontro tra scienza e fede, è altrettanto vero che questo stesso istituto religioso ha finanziato, promosso e diretto alcune delle più importanti ricerche astronomiche della storia moderna.
Tutto iniziò nel XVI secolo con Papa Gregorio XIII, che nel 1578 istituì la Specola Vaticana, uno degli osservatori astronomici più antichi del mondo, a sostegno della riforma del calendario e della comprensione dei moti celesti. Da allora, l’interesse della Santa Sede per lo studio dell’universo non si è mai interrotto.
La sede storica della Specola si trova ancora oggi a Castel Gandolfo, proprio accanto al Palazzo Pontificio dove Giovanni XXIII avrebbe avuto il celebre incontro con gli alieni. Qui, fin dal 1935, i padri gesuiti gestiscono una struttura dotata di strumenti all’avanguardia per l’epoca: cupole rotanti, astrografi, spettrografi per l’analisi della luce stellare, laboratori di spettroscopia e una ricchissima collezione di meteoriti.
Col tempo, però, anche i cieli dei Castelli Romani si sono “inquinati” di luce artificiale. Così, negli anni ’80, sotto la guida del direttore gesuita George Coyne, la Specola Vaticana ha inaugurato un nuovo osservatorio nella remota Arizona, sulla cima del Monte Graham, in collaborazione con alcune università statunitensi. Lì oggi opera il telescopio LUCIFER (acronimo tecnico, nonostante il nome suggestivo), uno degli strumenti più sofisticati al mondo per lo studio dell’universo nel vicino infrarosso.
Questa sede — il Vatican Observatory Research Group — è oggi uno dei fulcri della riflessione teologica e scientifica sull’universo, ospitando conferenze internazionali, simposi sull’esobiologia e sulla possibilità di forme di vita intelligente al di fuori della Terra.

Studenti, docenti e il personale della Scuola Estiva della Specola Vaticana. crediti: Vatican Media
Un fatto chiaro emerge da tutto questo: il Vaticano non solo guarda alle stelle con curiosità, ma lo fa con metodo, rigore e apertura. L’idea che Dio possa aver disseminato la vita nell’universo non è considerata una minaccia alla fede, ma piuttosto una meravigliosa espansione del mistero della creazione.
Non sorprende, allora, che tra i sentieri ombrosi di Castel Gandolfo, in quella leggendaria estate del 1961, la mente e lo spirito di un Papa potessero essere pronti ad accogliere il “diverso” non come perturbazione, ma come rivelazione.
Chissà, forse sarà capitato anche a voi, percorrendo i tornanti che conducono al Lago Albano o affacciandovi da uno dei belvedere del Monte Tuscolo, di notare la cupola bianca che svetta sui tetti di Castel Gandolfo e di spiegare, magari con un misto di curiosità e orgoglio, che quello è l’Osservatorio Vaticano. Quello che invece molti ignorano è che proprio da lì, da quella cupola sorvegliata dai gesuiti, sono partite riflessioni aperte e coraggiose sul tema della vita extraterrestre. A più riprese, infatti, figure di spicco della Specola Vaticana si sono espresse pubblicamente sulla possibilità dell’esistenza di altre forme di vita intelligenti nell’universo.
È il caso di padre José Gabriel Funes, direttore dell’osservatorio dal 2006 al 2015, che in un’intervista all’“Osservatore Romano” dichiarò che, in un cosmo composto da miliardi di galassie e pianeti, è del tutto plausibile ipotizzare l’esistenza di esseri viventi anche molto diversi da noi, e che questo non sarebbe affatto in contrasto con la fede cristiana. Anzi, se Dio è il creatore di tutto, non possiamo porre limiti alla sua libertà creatrice, e parlare di un “fratello extraterrestre” sarebbe perfettamente coerente con lo spirito francescano.
Il suo successore, padre Guy Consolmagno, tuttora alla guida della Specola e membro del comitato scientifico del programma SETI per la ricerca di intelligenze extraterrestri, ha proseguito su questa linea, coniugando rigore scientifico e apertura teologica. Durante il pontificato di Benedetto XVI, nel 2009, si è tenuto in Vaticano un simposio dedicato proprio alla possibilità di altre forme di vita nell’universo. In quell’occasione, padre Reyna, gesuita e docente di fisica, riportò esperienze dirette di osservazione di oggetti volanti non identificati da parte degli osservatori astronomici vaticani: corpi che seguivano satelliti e missili a distanza costante, cambiando traiettoria a velocità impressionanti, senza spegnersi nel cono d’ombra terrestre e, in un caso, persino seguiti per la prima volta al telescopio.
In questo contesto si inseriscono alcuni episodi documentati e clamorosi avvenuti in Italia nell’autunno del 1954, quando il fenomeno UFO toccò anche i cieli vaticani. Il 27 ottobre, a Firenze, l’intera folla dello Stadio Franchi rimase colpita dall’apparizione di oggetti volanti sopra il campo durante la partita Fiorentina–Pistoiese, tanto da costringere l’arbitro a sospendere l’incontro. Il giorno seguente, il 28 ottobre, a Roma, numerosi testimoni – tra cui l’ambasciatore americano Clare Boothe Luce – osservarono un UFO nei cieli della Capitale, e anche in quell’occasione, come a Firenze, si registrò la misteriosa caduta della cosiddetta “bambagia silicea”, una sostanza filamentosa e appiccicosa spesso associata ad avvistamenti UFO e, curiosamente, anche ad apparizioni mariane. Il 6 novembre, ancora a Roma, una formazione di piccoli globi luminosi fu osservata sopra la Città del Vaticano da più persone, tra cui il console e ufologo Alberto Perego. Infine, il 14 novembre, diversi UFO furono avvistati a Gela, in Sicilia, accompagnati nuovamente dalla caduta della strana sostanza bianca. Questi episodi, per quanto controversi, non sono mai stati ufficialmente smentiti, e dimostrano come anche i cieli italiani e vaticani siano stati teatro di fenomeni inspiegabili. In un’epoca in cui la scienza cerca risposte tra le stelle e la teologia non si tira indietro davanti all’ignoto, forse è proprio da questa insolita convergenza tra fede e osservazione che nasceranno le domande più importanti sul nostro posto nell’universo.

È doveroso riportare come alcune fonti, tra cui il quotidiano La Domenica del Corriere, abbiano riferito che già Papa Pio XII fu testimone di un fenomeno anomalo nei cieli di Roma. Secondo il resoconto, nell’ottobre del 1950, mentre passeggiava nei giardini vaticani — gli stessi in cui, undici anni dopo, si sarebbe svolto l’incontro attribuito a Papa Giovanni XXIII — il Pontefice avrebbe osservato un oggetto volante non identificato. L’oggetto fu visto in tre distinte occasioni e descritto come un disco argenteo e luminoso, in grado di roteare su se stesso emettendo fasci di luce multicolore che si propagavano silenziosamente nell’oscurità del cielo. Questi episodi, purtroppo, non furono mai ufficialmente commentati dalla Santa Sede, ma furono riportati all’epoca da fonti giornalistiche e testimoni secondari, alimentando così un’aura di mistero intorno a un Papa già noto per il suo interesse verso la scienza e l’astronomia.
Resta difficile formulare un giudizio univoco sulla presunta esperienza vissuta da Papa Giovanni XXIII e riferita da monsignor Capovilla. L’istinto razionale porta, in prima battuta, al rifiuto del racconto: un episodio tanto straordinario pare sconfinare nel mitico, o quantomeno nell’allegorico. Eppure, la figura di Capovilla merita rispetto e attenzione. Per dieci anni fu segretario personale di uno dei Papi più amati e influenti del Novecento, e continuò a essere una figura di rilievo all’interno della Chiesa anche dopo la morte di Giovanni XXIII. Come spiegare, allora, un’affermazione tanto clamorosa da parte di un uomo la cui vita fu sempre contraddistinta da sobrietà, discrezione e fedeltà al Pontefice?
Alcuni liquidano il racconto come una favola o un’illuminazione mistica scambiata per realtà. Altri, più indulgenti, lo vedono come una metafora spirituale, un’allegoria della fratellanza universale e del disarmo dell’ego umano davanti all’ignoto. Ma una parte della comunità ufologica e persino alcuni teologi aperti al dialogo scienza-fede non escludono del tutto l’autenticità dell’incontro. Del resto, la fede stessa si fonda su eventi che sfuggono alla verifica empirica. La resurrezione, le apparizioni mariane, i miracoli riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa: tutti eventi che non possono essere spiegati secondo i parametri della scienza tradizionale. E se un’entità proveniente da un altro mondo avesse effettivamente scelto di manifestarsi proprio davanti a un Papa per trasmettere un messaggio di pace e fratellanza?
Non spetta a noi trarre conclusioni definitive. I dati sono pochi, le testimonianze frammentarie e i documenti ufficiali inesistenti o irraggiungibili. Le ipotesi possibili, alla fine, restano due: Giovanni XXIII e il suo segretario Capovilla hanno effettivamente incontrato un essere proveniente da un altro mondo nei giardini pontifici nel luglio del 1961, oppure monsignor Capovilla — uomo di profonda fede e lunga esperienza ecclesiastica — ha inventato tutto, compromettendo senza apparente motivo la propria credibilità. Ma c’è anche una terza via, più sottile: il racconto potrebbe contenere un nucleo di verità celato in un linguaggio simbolico. Non è detto che l’essere visto fosse un alieno nel senso tecnologico e popolare del termine; potrebbe rappresentare un’esperienza di trascendenza vissuta in modo visivo, quasi profetico. Un’esperienza così intensa da venire tradotta in immagini concrete.
Alla luce dei continui sviluppi scientifici sull’abitabilità planetaria, delle recenti aperture delle istituzioni — inclusa la NASA e il Pentagono — e dell’atteggiamento tutt’altro che dogmatico espresso da vari esponenti della Chiesa, episodi come questi, pur incredibili, meritano almeno un ascolto critico. Forse non siamo pronti ad accettare pienamente certe realtà, forse ci mancano ancora le parole giuste per descriverle. Ma il fatto stesso che uomini di fede, cultura e responsabilità come Capovilla e Pio XII siano stati legati a tali racconti, ci impone di non derubricare tutto a semplice fantasia. In fondo, la questione resta aperta: è più assurdo credere che un Papa abbia visto un alieno, o che un uomo così vicino alla verità spirituale abbia inventato tutto senza scopo né guadagno?
E se dopo tutto questo vi state ancora chiedendo cosa pensi davvero il Vaticano degli alieni, sappiate che l’Osservatorio Vaticano offre una risposta… a colpi di merchandising. Sul loro store ufficiale potete acquistare felpe, magliette, tazze, custodie per smartphone e persino adesivi con simpatici alieni, telescopi stilizzati e frasi spaziali. Insomma, magari il contatto con civiltà extraterrestri non sarà ancora confermato, ma almeno lo si può indossare con stile.
RL
NB: articolo in allestimento.





2 Commenti
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Io seguo il progetto SETI dal 1998 quando installai il Serendip IV (spettrometro progettato dall’Università di Berkeley) presso la stazione Radioastronomica di Medicina.
Oggi faccio parte del PSSG (Permanent SETI Study Group), gruppo a livello internazionale che si occupa di avanzare in questa intrigante ricerca.
L’articolo scritto dall’amico Roberto, lo trovo fra i più completi e interessanti nel suo genere.
BRACO!!!
Caro Jader, ti ringrazio di cuore per le tue parole! Fa davvero piacere sapere che l’articolo ti sia piaciuto così tanto, ne sono onorato. Il tuo giudizio ha un peso speciale, considerando la tua esperienza e il tuo impegno nel campo.
BRAVO a te per la passione che trasmetti e per il contributo che dai ogni giorno a una ricerca così affascinante! Spero di vederti presto!!